Tom, l’uomo per sempre giovane condannato a non amare

Un successo internazionale ed una trama che sembra pronta per trasformarsi in una pellicola hollywoodiana. Ingredienti giusti per decidersi all’acquisto di “Come fermare il tempo” di Matt Haig ma anche per accostarsi alla lettura con la diffidenza che nutro verso i libri troppo pubblicizzati ed osannati. Con piacere ho accantonato la diffidenza (e la spocchia) per immergermi in un romanzo che ha saputo conquistare la mia curiosità e che ho divorato in pochi giorni.

TRAMA- Tom Hazard è immortale. O quasi. Ha 400 anni ma ne dimostra 40. Ha avuto un solo grande amore nel 1600, una figlia affetta dal suo stesso male e che non vede da centinaia di anni, è stato un fabbro nel 1800 ed un pianista nei fumosi bistrot parigini degli anni Trenta. Ha conosciuto Shakespeare e Fitzgerald, subìto un processo per stregoneria e visto ballare dal vivo Josephine Baker. Tom Hazard è un fortunato o un dannato? Lui ha una convinzione precisa: è un maledetto, costretto da una malattia genetica rarissima ad essere una specie di highlander che invecchia 15 volte più lentamente della media ed a cambiare vita ed identità ogni otto anni. Un’esistenza clandestina condivisa con pochi altri individui affetti dalla misteriosa “anageria” e protetta da una altrettanto misteriosa associazione degli Albatros votata a difendere il segreto degli immortali contro la superstizione (un tempo) e la scienza (oggi). Una condizione difficile per Tom che arrivato alla maturità (i nostri 40 anni che per lui coincidono con i 4 secoli) stenta ad accettare un’esistenza in cui chi ami è destinato a morire prima di te ed innamorarsi è vietato. I rapporti affettivi sono proibiti per gli Albatros che, guidati dall’enigmatico Heindrich, arrivano ad eliminare chi mette a rischio il segreto o non vuole entrare nell’associazione. Hazard, stanco delle esistenze ricche e privilegiate ma clandestine e futili che Hendrich gli offre come copertura, decide dopo otto anni di autoisolamento in Islanda di tornare all’origine, alla sua Londra e di essere un normale insegnante di storia delle superiori. La sua malattia, però, è un segreto troppo grande e incomprensibile e quando Tom conoscerà Camille, le sue già fragili certezze sul suo destino e sul sistema degli Albatros vacilleranno e tutto verrà rimesso in discussione. Anche l’idea di essere un dannato.

RECENSIONE- Un romanzo che ha venduto tanto e non si stenta a capire perché. “Come fermare il tempo” è una storia che intreccia il fantastico con l’amore, la filosofia con la storia, il thriller con il romanticismo: un mix azzeccato che Matt Haig rende attraverso una pragmatica suddivisione per epoche che non confonde ma anzi intriga i lettori. Lo stile è semplice, scorrevole, piacevole, come ti aspetti da un libro adatto veramente a tutti, anche ai ragazzi. Di fondo, una domanda che coglierà di sicuro ogni lettore: invecchiare lentamente, vivere centinaia e centinaia di anni avendo il privilegio di attraversare ogni epoca è una fortuna o una dannazione?

“Come fermare il tempo”

Matt Haig

E/O edizioni

368 pagine

18 euro

 

 

 

 

Le tredici storie strazianti salvate da una giornalista

“Tredici canti” è la terza lettura di un settembre in cui conto di riprendere la media di libri persa miseramente ad agosto. Un libro di racconti grazie al quale ho conosciuto la tremenda storia dell’ex ospedale psichiatrico più grande del Sud.

TRAMA- Una giornalista scova negli archivi di un vecchio manicomio i documenti di tredici “ospiti” della struttura. Carte che lei salva dall’oblio insieme alle storie dei “pazzi” che ne sono protagonisti. Per me potrebbe essere la sceneggiatura di un film quanto ha fatto la giornalista napoletana Anna Marchitelli, notista delle pagine culturali di grandi quotidiani che ha riportato alla luce le vicende di tredici internati dell’ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” di Napoli. Marchitelli ha trascritto in forma di racconti romanzati quelle strazianti vite in “Tredici canti” per la Piccola Biblioteca di Neri Pozza. Merito della giornalista è di avere dato la voce a persone che subirono la ferocia della detenzione in manicomio: uomini e donne che per ragioni diverse saggiarono le spaventose condizioni di un ospedale psichiatrico da cui spesso uscirono solo per raggiungere un altro manicomio. Tra le storie raccontate, quella di Renato Caccioppoli, celebre matematico napoletano afflitto da problemi psichici ma che nel Bianchi trovò soprattutto il rifugio dal carcere o dall’esilio per le sue idee antifasciste. Marchitelli racconta le vicende del camorrista pentito Gennaro Abbatemaggio che in manicomio si faceva ricoverare come andasse in una clinica per disintossicarsi. E ancora il ribelle Emilio Caporali, che scagliò un sasso contro il primo ministro Francesco Crispi, l’anarchica torinese Clotilde Peani, il pensatore Luigi Martinotti che stregò Benedetto Croce con le sue teorie sull’universo riconosciute postume. Un viaggio in biografie semisconosciute relegate nei polverosi archivi di una struttura da decenni finita nel degrado. Oggi il Leonardo Bianchi è solo lo scheletro della cittadella che fu fino agli anni Cinquanta, quando accolse migliaia di pazienti curati coi metodi del tempo e avviati ad un mestiere. Una “fortezza” arroccata sulla collina di Capodichino di cui oggi, per fortuna, non resta che il fantasma.

RECENSIONE- Freddi referti psichiatrici corredati dei tremendi dettagli clinici trasposti con grande lirismo in tredici racconti. Una missione encomiabile, quella di Anna Marchitelli: dare dignità alle vite di tredici diseredati, emarginati, oppressi che nel Leonardo Bianchi sono precipitati come in un buco nero riacquistando una vita normale solo in rare eccezioni.  Lo stile è ricco, il linguaggio ricercato, quasi a volere riscattare quelle vicende dal gelido formalismo dei resoconti degli psichiatri. Il risultato è un libro che rende giustizia a quanti sono entrati e magari mai usciti da quella fortezza di dolore e paura che fu il manicomio di Capodichino.

“Tredici canti (12+1)”

Anna Marchitelli

Piccola Biblioteca Neri Pozza

157 pagine

13,50 euro

Indagine sulla tolleranza e l’accoglienza del “Camilleri greco”

Considerato uno dei più grandi scrittori greci moderni, Petros Markaris era un grosso punto interrogativo nella mia lista di scrittori europei contemporanei (uno dei tanti). Confesso di averne sentito parlare poco e per lo più per la sua attività di sceneggiatore insieme al regista Theo Angelopoulos (col quale è stato premiato a Cannes per il film cult “Lo sguardo di Ulisse”). Eppure il suo personaggio più conosciuto, il commissario Charitos, in tutta Europa è un’icona un po’ come da noi Montalbano di Andrea Camilleri. Toccava colmare la lacuna, ed ho deciso di farlo con il libro “L’assassino di un immortale”, non un romanzo ma otto racconti in cui Charitos compare due volte, all’inizio ed alla fine e nei quali ad avere un ruolo primario sono le idee dello scrittore sulla convivenza, sull’immigrazione, sull’accettazione dell’altro.

TRAMA- “L’assassinio di un immortale” è il titolo del primo degli otto racconti che racchiudono non solo l’essenza della scrittura di Markaris ma anche il suo pensiero politico e morale. Qui compare il famoso commissario Charitos, che indaga sulla misteriosa morte di uno scrittore greco, ironico autoritratto dello stesso autore ed affresco spietato del mondo culturale ellenico. Poche pagine per la soluzione del caso,  così come negli altri brevi racconti gialli (sono tre, gli altri sono “In terre note” e  “Poems and crimes”) che sono più pretesti per descrivere realtà a noi un po’ distanti ma molto sentite dallo scrittore che veri noir. “In terre note” racconta le indagini del poliziotto turco Murat sulla morte in Germania di un amico del padre, spaccato realista della condizione degli immigrati turchi; in “Poems and Crimes” Charitos investiga di nuovo, stavolta su un doppio omicidio,quello di un regista e quello di un fioraio ed anche qui, come ne “L’assassinio di un immortale”,   tema portante è anche l’invidia. Bellissimo il racconto “Tre giorni” su un episodio storico da me completamente ignorato (l’assalto dei turchi contro i greci romei di Instabul orchestrato col pretesto della crisi di Cipro nel 1955), ma spunti di riflessione arrivano da “L’arco di Pompei” sull’impegno solidale di un sacerdote in un quartiere in cui i cittadini non vogliono gli immigrati e “Ulisse invecchia solo”, sul pensionato che dopo anni da migrante torna nella sua “Itaca” e si ritrova a scacciare i Proci. Divagano dallo scenario coerente creato da Markaris i racconti “Attentato in ritardo” che porta i lettori al 1944 nei giorni del fallito attentato ad Hitler e “Il cadavere ed il pozzo” che sembra più un gioco con cui Markaris si diverte a prenderci un po’ in giro.

RECENSIONE-  Mi sono ripromessa di leggere altro che sia stato scritto da Petros Markaris perché ritengo riduttivo, rispetto alla sua fama, fermarmi a questi racconti che racchiudono la minima parte del suo stile e delle sue tematiche. Servono comunque a farsi un’idea sulla grandezza di Markaris, che ha uno stile chiaro, senza fronzoli, eppure capace di rendere partecipe il lettore. “L’assassinio di un immortale” è un canto a più voci in cui emergono tante storie, personaggi, situazioni e luoghi diversi e soprattutto l’identità forte dello scrittore e il suo messaggio di pace ed accoglienza, oggi quanto mai attuale e da ascoltare.

 

“L’assassinio di un immortale”

Petros Markaris

La nave di Teseo collana Oceani

172 pagine

18 euro

 

La guerra ai fanatismi? Si combatte con L’Educazione

Un’avventura personale incredibile. Come definire altrimenti la vita di Tara Westover, l’autrice di “L’Educazione” (edito da Feltrinelli), libro che sta riscuotendo grande successo soprattutto perché nasce da una esperienza reale. Sì perché nonostante la trama possa apparire quella di un romanzo di appendice, con la protagonista semianalfabeta capace di diventare docente nella prestigiosa Cambridge, la vicenda è vera, ed è “semplicemente” la vita della stessa autrice.

TRAMA– Tara Westover è nata in Idaho nel 1986 in una famiglia di Mormoni anarco-survivalisti che vedono nello Stato il nemico numero uno,  credono nella fine del mondo e la attendono inscatolando pesche sciroppate e collezionando armi. Così come i suoi sei fratelli, non viene dichiarata all’Anagrafe, non frequenta la scuola pubblica e non ricorre al servizio sanitario perché a curare ed a guarire ci pensano le erbe della madre. Il padre, un paranoico fondamentalista e bipolare (ottime premesse per una famiglia disfunzionale) tiene i figli lontani dalla scuola, dalla medicina ufficiale, dalla socializzazione. L’autrice cresce lavorando nella discarica che è inizialmente unica fonte di sostentamento della famiglia, senza alcun tipo di istruzione neanche domestica e soggiogata dalle fobie paterne. Come riesce una ragazzina cresciuta in questo modo a diventare una stimata storica? La Westover lo racconta in tre parti nelle quali l’impronta degli studi della scrittrice, la storiografia, si nota tutta. Una ricostruzione puntuale di episodi ed aneddoti familiari, talvolta accompagnati da note a piè di pagina e dalle testimonianze dei fratelli. La prima parte è dedicata all’infanzia nell’isolata catapecchia di famiglia, la cronaca di una crescita selvatica e alimentata dalle paranoie del padre-padrone, dalla Bibbia, dai racconti dell’Apocalisse ed il lavoro alla discarica. La seconda parte è quella che fa da spartiacque tra il passato e quello che verrà: Tara cresce, acquista consapevolezza di sé, diventa donna e ne subisce le conseguenze nel mondo bigotto e chiuso dei Mormoni, infine comprende quale sia l’unica arma a sua disposizione per affrancarsi da quella condizione. La terza parte è quella del cambiamento attraverso l’iscrizione al college ed infine l’arrivo a Cambridge. Un’ evoluzione eccezionale da bambina senza alcun riferimento culturale a membro di una delle più prestigiose dimore culturali d’Europa, cui si assiste lentamente, pagina dopo pagina, fino all’ultima, trascinati da emozioni diverse. Nel mio caso l’emozione più forte l’ho provata nella parte in cui Tara, appena iscritta al college, legge la parola “Olocausto”e non sa cosa significhi. Un colpo al cuore del lettore, un episodio così assurdo (siamo negli anni 2000) eppure così vero, che non lascia indifferenti come il resto dell’autobiografia.

RECENSIONE– “L’educazione” è un libro importante. Un romanzo che lancia un messaggio fondamentale: l’unico mezzo per combattere ogni genere di fanatismo è l’istruzione. Affrancarsi dalla schiavitù dell’ignoranza, uscire dalla comfort zone delle proprie convinzioni, svincolarsi dalle credenze per diventare liberi. In primis, liberi di scegliere. Tara era una bambina dal destino segnato: avrebbe seguito le sorti della madre, della sorella o delle cognate, tutte sottomesse a maschi ostili e costrette a soffocare ogni anelito di indipendenza. La sua scelta di istruirsi, di iscriversi al college, di uscire di casa per studiare, le rende possibile cambiare quel destino e diventare una persona diversa in grado di guardare alla sua famiglia con obiettività e distacco. Le conseguenze sono dolorose (l’emarginazione, la condanna sociale del suo ex gruppo di appartenenza) ma il riscatto personale è ineguagliabile. Questo libro va letto e consigliato perché sebbene possa sembrare una classica storia da ‘sogno americano’ è invece una storia universale perché in ogni angolo di mondo l’istruzione resta l’arma più potente.

Il Superstite, l’insostenibile peso della tragedia

Una strage sanguinosa. Padre, madre e due figli uccisi senza pietà a colpi di pistola nel cuore della notte, nella loro casa. Non si tratta di “A sangue freddo” di Truman Capote, anche se le vicende si assomigliano. Ma nel caso del romanzo di Capote, primo libro di inchiesta giornalistica e pietra miliare della letteratura americana, la trama era vera e sconvolse l’America. Nel caso de “Il superstite”di Massimiliano Governi è l’espediente narrativo da cui inizia la storia raccontata in 132 (intensissime) pagine.

LA TRAMA– E’ il mese di agosto di un anno imprecisato quando Il Superstite, come ogni mattina, va dai genitori che abitano poco lontano da casa sua. Sono allevatori di polli, una famiglia semplice e medio borghese del produttivo Nord Italia. L’uomo è con la figlia, una bambina di pochi anni, quando si accorge che la villa ha ancora le imposte chiuse. Non è tipico della madre, è un dettaglio che lo insospettisce. Lascia la bimba fuori al cancello ed entra, impreparato alla terribile scoperta: i corpi di padre, madre, sorella e fratello- ciascuno in una stanza diversa- giacciono esanimi in un lago rosso di acqua e sangue. Una visione che cambierà per sempre la sua vita e quella di chi gli è accanto. Alla soluzione del caso si arriva in poche pagine, i due assassini sono nomadi slavi e si nascondono in Serbia. Vengono rintracciati due mesi dopo: uno si uccide, l’altro viene catturato e va sotto processo. Rischia la pena capitale, sarà processato dalle autorità serbe. Ma per Il Superstite non c’è ancora pace, né giustizia. La strage dei suoi familiari lo ha fatto piombare in una cupa angoscia, una malinconia che sfiora il male di vivere, che contagia ogni cosa. Decide di trasferirsi nella villetta degli orrori, come per rivivere l’eccidio dei suoi. Moglie e figlia lo seguono, ma per poco. La donna decide di trasferirsi negli Stati Uniti con la bambina per allontanarsi da quell’insana routine nella casa della strage, aspettando per anni che il marito la segua. Ma Il Superstite sembra avere una missione: non il processo, né la condanna o l’esecuzione dell’assassino della sua famiglia. Qualcosa di incomprensibile ai più. In questa sua lunga odissea ha un solo compagno, un giornalista (l’unico che ha scritto il vero ed ha saputo leggerne il cuore), con il quale vive un intreccio di destini e che lo accompagna nei due viaggi verso la Serbia. Uno per la giustizia, l’altro per la verità.

RECENSIONE– Un consiglio: leggete questo libro ascoltando “Il fantasma di Tom Joad” di Bruce Springsteen. Tutto l’album. E’ stata la colonna sonora dell’autore, scrive lui stesso nei ringraziamenti. Ed effettivamente quelle sonorità incontrano perfettamente il testo. Un testo intenso, un racconto misurato di una storia dilaniante, dai risvolti angosciosi. Lo stile di Governi è sobrio, non indugia in dettagli né in lirismi: una scelta che contribuisce a rendere questo romanzo una esperienza con i propri sentimenti. Come avremmo reagito noi ad un fatto così crudele? Ci saremmo lasciati sopraffare dalla sete di giustizia, dalla voglia di vendetta? Avremmo voltato pagina e ripreso a vivere? Domande che mi sono posta durante la lettura, pensando anche a protagonisti della cronaca reale che hanno subito repentini e tragici cambi di sorte dopo un dramma simile. Il Superstite non impazzisce, eppure sembra perdere il contatto con la vita reale. Oppure è il più sano di tutti perché ha subito un lutto troppo grave per una vita semplice e lineare come la sua, e non ha fatto finta di continuare ad essere lo stesso.

Pizza,pasta e cazettino: il diario di Ivana, terrona fuori sede

I simboli di Napoli? Pizza, pasta e cazettino. E se non capite cos’è il cazettino, vuol dire che non vi siete mai imbattuti- forse perché vivete sopra il Rubicone- nel prototipo di estenuante venditore di pedalini partenopeo che cerca di piazzarti la merce a colpi di vero e proprio stalking. Ivana, la protagonista di questo piccolo libro edito da Streetlib, questi ambulanti li conosce (e li evita) e si sorprende ad incontrarli persino nei suoi luoghi di adozione quasi fossero emissari del più trito stereotipo della napoletanità (“Signurì, tengo famiglia”) contro cui, terrona emigrante per lavoro, combatte ogni giorno. Perché Ivana, che è poi la stessa autrice di “Pizza, pasta e cazettino”, difende con veemenza le proprie origini (è nata a Cimitile, provincia di Napoli) dai pregiudizi di colleghi e conoscenti. Una battaglia che non la vede sempre vittoriosa, a giudicare dalla dedica finale, ma nella quale si dimostra molto combattiva. Lei ha lasciato la sua terra poco dopo la laurea per trovare la propria realizzazione professionale e personale. La sorte l’ha condotta non all’altro capo del mondo ma nel Lazio, a poche centinaia di chilometri da casa eppure separata da un abisso dalle sue radici, dalla sua famiglia. Una distanza che, a momenti, le fa mancare il respiro ma a cui poi, poco a poco, si abitua (o rassegna?). “Pizza, pasta e cazettino” è il racconto della sua vita da emigrante, un compendio di aneddoti divertenti (il ‘cocktail’ della nonna, la guerra con l’ansia, i raduni di amanti delle quattroruote che si trasformano in luoghi di “acchiappanza”, i dissidi coi vicini di casa rumorosi e ottusi, i tentativi di tornare a casa il venerdì pomeriggio che si trasformano in trasferte interminabili e piene di imprevisti, la scelta della perfetta incerata da lavatrice) e qualche perla di saggezza (bello l’episodio dell’automobilista samaritano). Il  diario di una emigrante in cui chi conosce la cultura napoletana e chi è stato costretto dal caso o dalla necessità ad andarsene o più semplicemente a sostenere una vita da pendolare sui treni regionali, potrà riconoscersi. Perché non è facile lasciare la propria terra, partire da zero, crearsi nuove radici, quando il cuore ti tiene legato al tuo paese ed alla tua famiglia. “Pizza, pasta e cazettino” è anche questo, un manuale leggero- ma non per questo frivolo- di sopravvivenza alla vita da “terrone fuori sede”. Un libro che si legge in poche ore, una scrittura scorrevole e piacevole da cui si evince un po’ anche il carattere della scrittrice/protagonista Ivana: spiritosa, agguerrita e napoletanissima. E qualche parola merita l’autrice Ivana Greco che ci ha inviato il suo primo libro accompagnandolo ad un delizioso biglietto (scritto a mano) sul significato che leggere, oltre che scrivere, hanno per lei. Un pensiero che abbiamo apprezzato molto e dimostra che la sensibilità che traspare da molte pagine di questo racconto di vita è più che reale.

La pagella dei magnifici sette di giugno

Una suicida, il figlio di un (presunto) suicida, due orfani, una regina, una camminatrice, una “terrona” fuori sede” ed una moglie fedigrafa. Sono i protagonisti delle sette letture collezionate nel mese di giugno. Un mese complesso per i lettori (almeno è così per me) perché le giornate che si allungano incoraggiano le uscite e scoraggiano le letture. Ma la media di quest’anno è preservata grazie soprattutto ai “piccoli” libri (poche pagine ma grande profondità di contenuti) che hanno riempito il mio bagaglio di lettrice onnivora. Ecco la lista (cliccate sui titoli per leggere le recensioni complete) ed i voti che ho dato (tranne in un caso, poi capirete il perché).

  • “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” di Nadia Busato. La storia di Evelyn McHale, diventata suo malgrado un simbolo. Si suicidò lanciandosi dall’Empire State Building il primo maggio del 1947 atterrando sull’automobile di un diplomatico come un incantevole angelo della morte (googlate il nome e capirete). Aveva 23 anni ed una storia difficile, forse una depressione ereditata dalla madre. Nadia Busato racconta questa vicenda dal punto di vista di diversi personaggi, collegati direttamente o indirettamente ad Evelyn, dando così voce ad un dramma entrato nella storia grazie ad una fenomenale fotografia eppure sconosciuta nei suoi particolari. Voto: 7
  • “L’uomo dei boschi” di Pierric Bailly. Come è morto Christian Bailly? Incidente di montagna o suicidio? Ad indagare è il figlio Pierric, autore di questo breve ma intenso memoir che torna nei luoghi del padre e della sua infanzia per indagare sulla drammatica fine del genitore. Ben presto la sua diventa una esplorazione del suo passato familiare. Un diario sui rapporti tra padre e figlio che commuove quando si sofferma sui dettagli dell’esistenza di Christian. Per chi ha letto Emmanuel Carrere “L’uomo dei boschi” avrà molte assonanze. Voto: 7,5
  • “L’orso” di Claire Cameron. Mamma e papà vengono mangiati dall’orso. Potrebbe essere l’incipit di una fiaba dei fratelli Grimm, invece è il devastante prologo del best seller della scrittrice canadese. Nana e Sitck, due bambini di cinque e due anni perdono i genitori, uccisi da un orso, durante un pic nic. Per loro inizierà un’avventura tragica: Nana dovrà condurre il fratellino lontano dal pericolo utilizzando le sue risorse di bimba. Un libro originale soprattutto per la scelta di farla raccontare da Nana nel suo linguaggio di bambina e attraverso le sue visioni puerili. Voto: 7
  • “La sovrana lettrice” di Alan Bennett. La regina Elisabetta diventa improvvisamente ad ottanta anni una lettrice onnivora. Iniziata alle gioie della lettura da un giovanissimo sguattero, la sovrana non riesce a staccarsi dai libri mossa dall’ansia di colmare una enorme lacuna culturale. I libri diventano hobby ma anche argomento di discussione durante incontri ufficiali, tanto da mettere in imbarazzo gli autorevoli interlocutori. Difficile che lo staff di Buckingam Palace possa ignorare la nuova regale passione…Un romanzo molto divertente ed in cui i lettori maniacali potranno immedesimarsi. Voto 7.5
  • “Io cammino da sola” di Alessandra Beltrame. Cosa accade se un giorno non ti riconosci più? Nel tuo lavoro, nella tua vita sentimentale, nelle tue scelte. Sei una donna in carriera, bella ed indipendente, completa nella tua solitudine ricercata. Ma non ti riconosci più. E’ accaduto alla giornalista friulana Alessandra Beltrame che ha reagito lasciando tutto e invertendo la rotta. Alessandra ha iniziato il suo nuovo cammino, non solo metaforicamente. Un libro toccante, pieno di spunti. Voto: 8
  • “Pizza, pasta e cazettino” di Ivana Greco. Questo libro mi è stato inviato dall’autrice ed è stato la mia sesta lettura di giugno. Vi dedicherò una recensione nei prossimi giorni.
  • “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham. Quest’anno mi sono ripromessa di leggere un classico al mese. A giugno è arrivato il momento del romanzo di Maugham, una storia d’amore e tradimenti scritta in maniera magistrale e per la quale servono poche parole. Trama semplice: Kitty sposa un uomo che non ama, Walter, e lo tradisce poco dopo il trasferimento ad Honk Kong. Le conseguenze saranno devastanti e lo stile di Maugham, elegantissimo, contribuisce tenere incollati alle pagine. Voto 9.

L’amore ed il tradimento sotto il velo dipinto da Maugham

Racconto d’amore e tradimento. Una trama come tante, ma scritta da William Somerset Maugham è tutta un’altra storia. Perché Maugham ci mette la classe. La classe dello stile, senza alcuna sbavatura; la classe dell’ambientazione: prima l’Inghilterra degli inizi del Novecento, poi le colonie orientali britanniche e la Cina; la classe dei suoi personaggi, mai banali, capaci di svelarsi pagina dopo pagina. Questo è “Il velo dipinto”, un classico del ventesimo secolo ed un esempio mirabile della vena dello scrittore britannico. La vicenda è stata immortalata anche dal cinema: Kitty, ragazza bella ma fatua, pensa come tutti i giovani di avere tutta la vita davanti e trascorre l’età più verde tra feste e corteggiamenti che non portano mai, con gran disperazione dell’avara madre, all’agognato matrimonio con qualche danaroso pupillo. Finisce come tante altre storie simili: Kitty, arrivata a venticinque anni (che per i tempi era il limite temporale tra vergine di bella speranza e zitella) sposa il primo (o quasi) che incontra. Lui è Walter Fane, un ombroso batteriologo che sembra non offrire nulla tranne una proposta di matrimonio (e di trasferimento ad Hong Kong) da accettare al volo. Kitty e Walter convolano a nozze e partono per la colonia, ma qui nella loro vita coniugale irrompe la variabile impazzita: il tradimento. La donna, che non prova amore per il marito, si innamora invece del suo alter ego Charles Townsed, aitante e focoso. Iniziano una relazione che li conduce direttamente all’inferno. Perché Walter li scopre e, mostrando un lato di sé che la consorte- troppo attenta a se stessa- ignorava, ordisce un piano diabolico che metterà Kitty di fronte ad una scelta inevitabile e drammatica. Non svelo altro, anche se questo libro è molto conosciuto e la sua trama è stata adattata per il grande schermo ben tre volte, ma lascio a chi vorrà leggerlo scoprire come si dipana l’intera vicenda. Sappiate però che in questo libro non si riesce a parteggiare per nessuno. Né per il marito tradito, né per la moglie trascinata in pieno “inferno in terra”. Si assiste semplicemente all’evolversi delle vite di Kitty e Walter, personaggi che non restano uguali a se stessi ma che maturano, cambiano, diventano altro pagina dopo pagina. Una magia letteraria che riesce a pochi.

Consiglio vivamente questo libro. Prima di tutto perché è uno di quelli da leggere prima di morire (Piero Dorfles lo ha inserito nel suo “I cento libri che rendono più ricca la vostra vita”) e va collezionato come un prezioso classico. E poi perché è un libro capace di raccontare il tradimento ed il sesso con grande eleganza. La storia di Kitty, una sorta di Emma Bovary che tenta il martirio senza riuscirvi, è moderna anche se ambientata ai primi del Novecento. Possiamo detestarla e crederla egocentrica e narcisista ma non mancheremo di immedesimarci nel modo ingenuo in cui si lascia abbagliare da un amore frivolo credendo sia quello vero ed unico

Alessandra, bella e sola in cammino verso un’altra vita

“Mollo tutto e me ne vado”. Quanti di noi, almeno una volta, lo avranno detto o sperato. E c’è chi, come la giornalista Alessandra Beltrame, lo fa sul serio. Alla vigilia dei cinquanta anni l’autrice di “Io cammino da sola” lascia un lavoro ben pagato, una carriera costruita passo dopo passo con ambizione e impegno, e cambia vita. A spronarla ci sono tante cose: l’insoddisfazione; le tante storie d’amore cui sfugge inseguendo la propria libertà; l’accettazione della propria solitudine; la voglia di combattere l’infelicità che si insinua latente nelle pieghe di una vita apparentemente perfetta. Beltrame lo scrive da subito: “Questo libro è per parlare di noi solitari. Noi che anche se siamo in coppia, o se stiamo in moltitudine, continuiamo a sentirci, a essere soli”. Non una solitudine patologica né (del tutto) misantropa, però, ma “stimolante, creativa, seminale”: quella che spesso è alla base dei grandi cambiamenti e delle grandi avventure. E una grande avventura esistenziale è quella cui va incontro Alessandra quando, fatti i conti con le proprie insoddisfazioni, decide di mettersi in marcia. Lascia il lavoro presso una casa editrice, chiude in un cassetto la routine e si avvicina al cammino. Una condizione comune a tanti di noi, affaticati da una quotidianità monotona ed insoddisfacente, stritolati da ritmi imposti e costretti ad una continua corsa come criceti sulla ruota. Affannati da obiettivi che si dissolvono appena raggiunti, pronti a collezionare scontrini, biglietti di viaggio, foto vivendo solo superficialmente ogni momento. Senza fermarsi a respirare. Alessandra Beltrame invece ascolta il proprio corpo oltre che la propria menre e cambia rotta lasciando i tacchi e il caos della città e indossando scarponi e zaino. Inizia un bel cammino descritto con grande profondità in questo diario che parte proprio dalla scelta centrale, dalla decisione di lasciare il lavoro. L’autrice racconta molto di sé: l’infanzia complicata e già solitaria, l’amore per la lettura,  il rapporto con i genitori e la sorella, la loro separazione, la passione per il giornalismo,  la scelta di tuffarsi nel lavoro per sentirsi ed essere indipendente, i rapporti sentimentali con uomini che non riescono mai a riempirle la vita, la morte della madre per un tumore e quella del padre,  l’iniziazione al cammino come via di fuga e punto di svolta che la conduce dal suo Friuli pasoliniano all’Irpinia di Franco Arminio, dalla Sicilia al Molise fino alla tappa finale e catartica: la via Francigena. “Io cammino da sola” è un libro scritto in maniera chiara, con frasi brevi ed asciutta e paragrafi di poche pagine. Un racconto di sé profondo con cui, se si sta vivendo un periodo di cambiamento (volontario o meno) si riesce facilmente ad empatizzare. Capita a tutti di sentire l’esigenza di invertire la rotta del proprio destino. Sono in pochi, però, quelli capaci di fare i conti con la paura di un’esistenza che si consuma senza coglierne il significato e che non si piegano ad arrivare alla fine senza ammettere la propria frustrazione. Alessandra Beltrame è tra quei pochi. “Anche io volevo essere bella e sola in cammino- scrive- Affrontare la mia solitudine. Isolarmi. Stare sola. Farmi isola. Partire. Camminare da sola”. Una decisione coraggiosa, meditata, definitiva. Oggi la scrittrice porta avanti il suo cammino anche con un blog (iocammino.org), le presentazioni del suo libro ed una pagina Facebook. Suggeriamo di dare un’occhiata, oltre che di acquistare questa piccola perla. Un libro che non tradisce le aspettative: ci si immedesima, ci si emoziona, si empatizza e ci si domanda: “Avrei mai il coraggio di fare lo stesso?”.

“Io cammino da sola”

Ediciclo edizioni

175 pagine

15 euro

Scandalo a corte, alla regina piace leggere

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”.

Quante volte va…di corpo la regina? Che biancheria indossa sotto i suoi eccentrici abiti da cerimonia? E chi le acconcia in maniera così leziosa la cotonatura azzurrina? Non so voi ma queste domande capita di farmele quando assisto alle anacronistiche parate britanniche, ai sempre più plebei matrimoni reali ed alle occasioni diplomatiche che i telegiornali inseguono come fossero spaccati esotici di una monarchica realtà d’altri tempi. In prima fila, in carrozza, sulla balconata, c’è sempre lei: l’enigmatica vecchina, ormai novantenne, di pastello vestita e buffamente decorata sulla testa che saluta i sudditi dall’alto dei suoi titoli di “Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e dei Suoi altri Reami e Territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede” mentre noi comuni mortali possiamo solo fantasticare su quale interessante o monotona esistenza abbia vissuto sinora la vegliarda più potente del pianeta. Avrà forse voluto soddisfare una di queste curiosità plebee (“che libri ha la regina sul comodino?”) l’ attore Alan Bennet quando ha scritto “La Sovrana Lettrice”, un libro breve e spassoso edito in Italia da Adelphi, uscito nel 2007 ma ancora ricercato e apprezzato dai bookeater a caccia di chicche. E questa certamente lo è per i bibliofili e non solo. A partire dalla sfiziosa copertina di Adelphi, in un color malva che tanto piacerebbe ad Elisabetta per un suo outfit e con al centro una immagine della Nostra in tutto il suo imperturbabile splendore. Bennett, che è anche autore televisivo apprezzato e scrittore, immagina una sovrana che improvvisamente, ad ottanta anni, comincia a leggere. Non che non ne abbia mai avuto la possibilità, anzi. Si può solo fantasticare su quali e quanti libri custodiscano le biblioteche di Buckingam Palace e delle diverse dimore dei Windsor. Eppure, nonostante un patrimonio librario da fare invidia alle biblioteca di Alessandria, Elisabetta non ha mai letto. O meglio non ha mai letto con piacere e passione, ma solo per dovere. L’incontro fortuito con una libreria mobile (un camper carico di volumi in vendita per le strade di Londra), però, le consente di far conoscenza con Norman, sguattero bruttino con la passione per la lettura, e con i primi testi cui avvicinarsi non più per obbligo e studio ma per puro diletto.  Amicizia e bibliofilia andranno di pari passo. Mentre Norman diventerà ben presto, grazie ai suoi preziosi consigli di lettura, un fidatissimo factotum sempre pronto a soddisfare le curiosità della regina, crescerà anche l’interesse di Elisabetta per quello che fino a poco tempo prima e per ottanta anni era stato solo un oscuro oggetto da sfogliare. La sovrana diventerà ben presto una bibliomane che tenta di recuperare anni di mancate letture calandosi in libri di ogni genere fino a preferire il suo nuovo interesse a qualsiasi altro impegno pubblico o privato per la gioia di Norman e la stizza del duca Filippo, suo consorte. Una favola per lettori accaniti, non vi pare? Ma un incubo per lo staff, sempre attento a che la sovrana rispetti tempi, luoghi e modi dell’etichetta regale senza sbavare in personali attitudini, e un pauroso fuori programma per politici terrorizzati dall’idea che la “vecchia” diventi troppo autonoma ed audace. Ed ecco che l’apparentemente innocua passione per romanzi e saggi si trasforma in un pericolo da sventare, in una deviazione dal protocollo da bloccare sul nascere con ogni genere di macchinazione. Un complotto di Stato per impedire alla regina d’Inghilterra di leggere. Ma riuscirà l’intento di smorzare l’ardore bibliofilo di Sua Maestà? Lo scoprirete solo leggendo questo libro davvero divertente, che si finisce in un battibaleno e non manca del colpo di scena finale. Una lettura consigliata anche per la spiaggia, facile e brillante com’è. E che riconcilia ad ogni pagina con il nostro amore per i libri, quello che a volte ci sembra che ci sottragga tempo e forze per altro, ma da cui non riusciremmo, accada quel che accada, mai a staccarci.

“La sovrana lettrice”

Alan Bennett

Adelphi

95 pagine

8 euro