Il Canaro della Magliana, storia di una orribile vendetta

“Lì imparai che al mondo siamo soli, che nessuno ti guarda le spalle, che chi mena per primo mena due volte e tutti, se colpiti al volto, vanno al tappeto. Nessuno ha i muscoli in faccia”.

TRAMA– Provate ad immedesimarvi in Pietro. Famiglia sarda benestante che perde tutto dopo la morte del padre. Sale su un traghetto ed approda a Roma negli anni Sessanta, durante il boom edilizio che l’ha violentata e trasformata nel ricettacolo dell’umanità dolente. Pietro di quella miseria è parte integrante: solo e senza guida né lavoro cerca un posto al sole in un mondo disumano. Il suo mondo è la “Magliana”, quartiere popolare costruito su una palude e che di quel passato conserva il fetore e forse anche la maledizione di intrappolare nel suo fango chi ci abita. La Magliana è lo sfondo crudele della storia di Pietro, il ragazzo che diventerà tristemente famoso sui giornali come “Il Canaro” e il protagonista del libro di Luca Moretti edito da Redstar press che prende il titolo proprio da quel nomignolo affibbiato dai cronisti. Un romanzo – ricostruzione su uno dei fatti di cronaca più atroci del ventesimo secolo italiano. Pietro De Negri “il canaro” ne è l’attore principale: si barcamena come può nel quartiere popolare in cui ha provato ad integrarsi cercando una sua stabilità. Ma se il degrado ti circonda non è semplice trovare una via di fuga. Pietro rischia ad ogni angolo di perdersi con le cattive compagnie, i furti, la droga, ma conquista comunque il suo punto fermo: Valentina, la donna della vita che gli darà una figlia e per la quale proverà a rigare dritto. Mette su un negozio di tolettatore di cani e le cose sembrano andare bene, ma se sei marchiato dalla povertà il destino a volte ti insegue. Il destino nel suo caso ha il volto di Giancarlo Ricci, detto “er pugile”, bullo di periferia pericoloso e senza scrupoli. Pietro diventa la sua vittima sacrificale, il ‘mite’ da sopraffare, da torturare con dispetti e richieste. Il loro rapporto si trasforma in un legame sadico tra preda e cacciatore, con episodi di sconcertante crudeltà. Nel contesto della Magliana, “er pugile” agisce come un caporione rispettato e temuto, che esibisce i suoi soldi, frutto di furti e spaccio, e la sua prepotenza sui più deboli. La sua ingerenza nella vita di Pietro diventa costante, insopportabile, così da spingerlo nuovamente tra le braccia degli spacciatori e della criminalità, nonostante una famiglia ed un lavoro gli avessero dato una nuova vita finalmente normale. Provate ad immedesimarvi in Pietro, allora. Mettete da parte le convenzioni sociali, pensate ed agite come lui e nel suo stesso quartiere di poveri senza futuro. Come avreste reagito alla protervia di Giancarlo Ricci? Pietro De Negri decide di vendicarsi. E lo fa in maniera così feroce, plateale, violenta, da essere diventato uno degli assassini più noti, quasi iconici, della storia italiana. Attira il suo aguzzino in una trappola e lo uccide. I dettagli lasciano senza fiato: completamente annebbiato dalla cocaina infierisce sul corpo i Ricci con crudeltà, lasciando sul suo corpo segni feroci: sezionandolo, umiliandolo fino a bruciarlo e abbandonarlo in una discarica. Una fine degna di un film splatter che è stata descritta sin nei minimi particolari dalla stampa che si avventò sul caso come api sul miele. Ne emerse un quadro degli orrori che urlò dalle prime pagine di molti quotidiani, incuranti in verità della differenza tra la verità raccontata dal Canaro e quella emersa dagli atti processuali. Per questa vicenda Pietro De Negri fu presto arrestato e condannato, anche per le molte ingenuità commesse. Ha espiato la sua colpa ed oggi è un uomo libero e che si è rifatto una vita. Ma quella storia continua a far parlare soprattutto perché sembra una trama pasoliniana in cui non manca niente: miseria, voglia di riscatto, violenza, orrore.

RECENSIONE- Negli ultimi mesi la storia del “canaro” è tornata alla ribalta anche grazie a due film usciti nel giro di poche settimane di distanza, uno dei quali (“Dogman” di Matteo Garrone”) premiato a Cannes. L’altro è “Rabbia furiosa” di Sergio Stivaletti. Dimostrazione dell’attrazione che questa vicenda ancora esercita, come conferma anche l’uscita, negli stessi mesi, di questo libro di Moretti. Rispetto alle opere di fiction o di ricostruzione che sono state prodotte sul caso di Pietro De Negri, però, questo si distingue perché parte proprio dal romanzo scritto e mai finito dallo stesso canaro in carcere. Un memoir vero e proprio che il giornalista de Il fatto quotidiano ha corretto, completato e concluso. Leggendo “Il canaro” quindi leggiamo le memorie di Pietro, ripercorriamo la sua vicenda e conosciamo aspetti della sua vita mnai emersi, come l’infanzia in Sardegna o l’amore per l’unica figlia. Il racconto dell’assassinio di Giancarlo Ricci arriva dalla voce e dai ricordi di Pietro, che parla/scrive in prima persona dando la sua versione dei fatti. Ne viene fuori il ritratto di un debole fagocitato dalla periferia e dalla miseria, che trovò la via del riscatto ma si perse di nuovo nella dipendenza e nella sua stessa debolezza. Il libro procede così: un lungo flusso di coscienza, una ricostruzione precisa dei fatti, ma anche una versione di parte e quindi parziale. Esiste solo “Il canaro”, la sua vita, la sua versione. Tutto il resto è scenario e comparsa sebbene alcuni personaggi come la moglie Valentina o la madre di Ricci (che lui chiama Madre Tortura) sconfinano dal suo racconto personale facendoci aprire la visuale anche verso chi ha vissuto la tragedia da altre angolazioni. “Il canaro” si legge in poche ore ed ha il merito di dare dettagli poco noti di una vicenda cannibalizzata dai giornali eppure per molti aspetti sconosciuta.

 

 


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Posted luglio 23, 2018 by librosaura in category "Uncategorized

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