La guerra ai fanatismi? Si combatte con L’Educazione

Un’avventura personale incredibile. Come definire altrimenti la vita di Tara Westover, l’autrice di “L’Educazione” (edito da Feltrinelli), libro che sta riscuotendo grande successo soprattutto perché nasce da una esperienza reale. Sì perché nonostante la trama possa apparire quella di un romanzo di appendice, con la protagonista semianalfabeta capace di diventare docente nella prestigiosa Cambridge, la vicenda è vera, ed è “semplicemente” la vita della stessa autrice.

TRAMA– Tara Westover è nata in Idaho nel 1986 in una famiglia di Mormoni anarco-survivalisti che vedono nello Stato il nemico numero uno,  credono nella fine del mondo e la attendono inscatolando pesche sciroppate e collezionando armi. Così come i suoi sei fratelli, non viene dichiarata all’Anagrafe, non frequenta la scuola pubblica e non ricorre al servizio sanitario perché a curare ed a guarire ci pensano le erbe della madre. Il padre, un paranoico fondamentalista e bipolare (ottime premesse per una famiglia disfunzionale) tiene i figli lontani dalla scuola, dalla medicina ufficiale, dalla socializzazione. L’autrice cresce lavorando nella discarica che è inizialmente unica fonte di sostentamento della famiglia, senza alcun tipo di istruzione neanche domestica e soggiogata dalle fobie paterne. Come riesce una ragazzina cresciuta in questo modo a diventare una stimata storica? La Westover lo racconta in tre parti nelle quali l’impronta degli studi della scrittrice, la storiografia, si nota tutta. Una ricostruzione puntuale di episodi ed aneddoti familiari, talvolta accompagnati da note a piè di pagina e dalle testimonianze dei fratelli. La prima parte è dedicata all’infanzia nell’isolata catapecchia di famiglia, la cronaca di una crescita selvatica e alimentata dalle paranoie del padre-padrone, dalla Bibbia, dai racconti dell’Apocalisse ed il lavoro alla discarica. La seconda parte è quella che fa da spartiacque tra il passato e quello che verrà: Tara cresce, acquista consapevolezza di sé, diventa donna e ne subisce le conseguenze nel mondo bigotto e chiuso dei Mormoni, infine comprende quale sia l’unica arma a sua disposizione per affrancarsi da quella condizione. La terza parte è quella del cambiamento attraverso l’iscrizione al college ed infine l’arrivo a Cambridge. Un’ evoluzione eccezionale da bambina senza alcun riferimento culturale a membro di una delle più prestigiose dimore culturali d’Europa, cui si assiste lentamente, pagina dopo pagina, fino all’ultima, trascinati da emozioni diverse. Nel mio caso l’emozione più forte l’ho provata nella parte in cui Tara, appena iscritta al college, legge la parola “Olocausto”e non sa cosa significhi. Un colpo al cuore del lettore, un episodio così assurdo (siamo negli anni 2000) eppure così vero, che non lascia indifferenti come il resto dell’autobiografia.

RECENSIONE– “L’educazione” è un libro importante. Un romanzo che lancia un messaggio fondamentale: l’unico mezzo per combattere ogni genere di fanatismo è l’istruzione. Affrancarsi dalla schiavitù dell’ignoranza, uscire dalla comfort zone delle proprie convinzioni, svincolarsi dalle credenze per diventare liberi. In primis, liberi di scegliere. Tara era una bambina dal destino segnato: avrebbe seguito le sorti della madre, della sorella o delle cognate, tutte sottomesse a maschi ostili e costrette a soffocare ogni anelito di indipendenza. La sua scelta di istruirsi, di iscriversi al college, di uscire di casa per studiare, le rende possibile cambiare quel destino e diventare una persona diversa in grado di guardare alla sua famiglia con obiettività e distacco. Le conseguenze sono dolorose (l’emarginazione, la condanna sociale del suo ex gruppo di appartenenza) ma il riscatto personale è ineguagliabile. Questo libro va letto e consigliato perché sebbene possa sembrare una classica storia da ‘sogno americano’ è invece una storia universale perché in ogni angolo di mondo l’istruzione resta l’arma più potente.

Il Canaro della Magliana, storia di una orribile vendetta

“Lì imparai che al mondo siamo soli, che nessuno ti guarda le spalle, che chi mena per primo mena due volte e tutti, se colpiti al volto, vanno al tappeto. Nessuno ha i muscoli in faccia”.

TRAMA– Provate ad immedesimarvi in Pietro. Famiglia sarda benestante che perde tutto dopo la morte del padre. Sale su un traghetto ed approda a Roma negli anni Sessanta, durante il boom edilizio che l’ha violentata e trasformata nel ricettacolo dell’umanità dolente. Pietro di quella miseria è parte integrante: solo e senza guida né lavoro cerca un posto al sole in un mondo disumano. Il suo mondo è la “Magliana”, quartiere popolare costruito su una palude e che di quel passato conserva il fetore e forse anche la maledizione di intrappolare nel suo fango chi ci abita. La Magliana è lo sfondo crudele della storia di Pietro, il ragazzo che diventerà tristemente famoso sui giornali come “Il Canaro” e il protagonista del libro di Luca Moretti edito da Redstar press che prende il titolo proprio da quel nomignolo affibbiato dai cronisti. Un romanzo – ricostruzione su uno dei fatti di cronaca più atroci del ventesimo secolo italiano. Pietro De Negri “il canaro” ne è l’attore principale: si barcamena come può nel quartiere popolare in cui ha provato ad integrarsi cercando una sua stabilità. Ma se il degrado ti circonda non è semplice trovare una via di fuga. Pietro rischia ad ogni angolo di perdersi con le cattive compagnie, i furti, la droga, ma conquista comunque il suo punto fermo: Valentina, la donna della vita che gli darà una figlia e per la quale proverà a rigare dritto. Mette su un negozio di tolettatore di cani e le cose sembrano andare bene, ma se sei marchiato dalla povertà il destino a volte ti insegue. Il destino nel suo caso ha il volto di Giancarlo Ricci, detto “er pugile”, bullo di periferia pericoloso e senza scrupoli. Pietro diventa la sua vittima sacrificale, il ‘mite’ da sopraffare, da torturare con dispetti e richieste. Il loro rapporto si trasforma in un legame sadico tra preda e cacciatore, con episodi di sconcertante crudeltà. Nel contesto della Magliana, “er pugile” agisce come un caporione rispettato e temuto, che esibisce i suoi soldi, frutto di furti e spaccio, e la sua prepotenza sui più deboli. La sua ingerenza nella vita di Pietro diventa costante, insopportabile, così da spingerlo nuovamente tra le braccia degli spacciatori e della criminalità, nonostante una famiglia ed un lavoro gli avessero dato una nuova vita finalmente normale. Provate ad immedesimarvi in Pietro, allora. Mettete da parte le convenzioni sociali, pensate ed agite come lui e nel suo stesso quartiere di poveri senza futuro. Come avreste reagito alla protervia di Giancarlo Ricci? Pietro De Negri decide di vendicarsi. E lo fa in maniera così feroce, plateale, violenta, da essere diventato uno degli assassini più noti, quasi iconici, della storia italiana. Attira il suo aguzzino in una trappola e lo uccide. I dettagli lasciano senza fiato: completamente annebbiato dalla cocaina infierisce sul corpo i Ricci con crudeltà, lasciando sul suo corpo segni feroci: sezionandolo, umiliandolo fino a bruciarlo e abbandonarlo in una discarica. Una fine degna di un film splatter che è stata descritta sin nei minimi particolari dalla stampa che si avventò sul caso come api sul miele. Ne emerse un quadro degli orrori che urlò dalle prime pagine di molti quotidiani, incuranti in verità della differenza tra la verità raccontata dal Canaro e quella emersa dagli atti processuali. Per questa vicenda Pietro De Negri fu presto arrestato e condannato, anche per le molte ingenuità commesse. Ha espiato la sua colpa ed oggi è un uomo libero e che si è rifatto una vita. Ma quella storia continua a far parlare soprattutto perché sembra una trama pasoliniana in cui non manca niente: miseria, voglia di riscatto, violenza, orrore.

RECENSIONE- Negli ultimi mesi la storia del “canaro” è tornata alla ribalta anche grazie a due film usciti nel giro di poche settimane di distanza, uno dei quali (“Dogman” di Matteo Garrone”) premiato a Cannes. L’altro è “Rabbia furiosa” di Sergio Stivaletti. Dimostrazione dell’attrazione che questa vicenda ancora esercita, come conferma anche l’uscita, negli stessi mesi, di questo libro di Moretti. Rispetto alle opere di fiction o di ricostruzione che sono state prodotte sul caso di Pietro De Negri, però, questo si distingue perché parte proprio dal romanzo scritto e mai finito dallo stesso canaro in carcere. Un memoir vero e proprio che il giornalista de Il fatto quotidiano ha corretto, completato e concluso. Leggendo “Il canaro” quindi leggiamo le memorie di Pietro, ripercorriamo la sua vicenda e conosciamo aspetti della sua vita mnai emersi, come l’infanzia in Sardegna o l’amore per l’unica figlia. Il racconto dell’assassinio di Giancarlo Ricci arriva dalla voce e dai ricordi di Pietro, che parla/scrive in prima persona dando la sua versione dei fatti. Ne viene fuori il ritratto di un debole fagocitato dalla periferia e dalla miseria, che trovò la via del riscatto ma si perse di nuovo nella dipendenza e nella sua stessa debolezza. Il libro procede così: un lungo flusso di coscienza, una ricostruzione precisa dei fatti, ma anche una versione di parte e quindi parziale. Esiste solo “Il canaro”, la sua vita, la sua versione. Tutto il resto è scenario e comparsa sebbene alcuni personaggi come la moglie Valentina o la madre di Ricci (che lui chiama Madre Tortura) sconfinano dal suo racconto personale facendoci aprire la visuale anche verso chi ha vissuto la tragedia da altre angolazioni. “Il canaro” si legge in poche ore ed ha il merito di dare dettagli poco noti di una vicenda cannibalizzata dai giornali eppure per molti aspetti sconosciuta.

 

 

Il Superstite, l’insostenibile peso della tragedia

Una strage sanguinosa. Padre, madre e due figli uccisi senza pietà a colpi di pistola nel cuore della notte, nella loro casa. Non si tratta di “A sangue freddo” di Truman Capote, anche se le vicende si assomigliano. Ma nel caso del romanzo di Capote, primo libro di inchiesta giornalistica e pietra miliare della letteratura americana, la trama era vera e sconvolse l’America. Nel caso de “Il superstite”di Massimiliano Governi è l’espediente narrativo da cui inizia la storia raccontata in 132 (intensissime) pagine.

LA TRAMA– E’ il mese di agosto di un anno imprecisato quando Il Superstite, come ogni mattina, va dai genitori che abitano poco lontano da casa sua. Sono allevatori di polli, una famiglia semplice e medio borghese del produttivo Nord Italia. L’uomo è con la figlia, una bambina di pochi anni, quando si accorge che la villa ha ancora le imposte chiuse. Non è tipico della madre, è un dettaglio che lo insospettisce. Lascia la bimba fuori al cancello ed entra, impreparato alla terribile scoperta: i corpi di padre, madre, sorella e fratello- ciascuno in una stanza diversa- giacciono esanimi in un lago rosso di acqua e sangue. Una visione che cambierà per sempre la sua vita e quella di chi gli è accanto. Alla soluzione del caso si arriva in poche pagine, i due assassini sono nomadi slavi e si nascondono in Serbia. Vengono rintracciati due mesi dopo: uno si uccide, l’altro viene catturato e va sotto processo. Rischia la pena capitale, sarà processato dalle autorità serbe. Ma per Il Superstite non c’è ancora pace, né giustizia. La strage dei suoi familiari lo ha fatto piombare in una cupa angoscia, una malinconia che sfiora il male di vivere, che contagia ogni cosa. Decide di trasferirsi nella villetta degli orrori, come per rivivere l’eccidio dei suoi. Moglie e figlia lo seguono, ma per poco. La donna decide di trasferirsi negli Stati Uniti con la bambina per allontanarsi da quell’insana routine nella casa della strage, aspettando per anni che il marito la segua. Ma Il Superstite sembra avere una missione: non il processo, né la condanna o l’esecuzione dell’assassino della sua famiglia. Qualcosa di incomprensibile ai più. In questa sua lunga odissea ha un solo compagno, un giornalista (l’unico che ha scritto il vero ed ha saputo leggerne il cuore), con il quale vive un intreccio di destini e che lo accompagna nei due viaggi verso la Serbia. Uno per la giustizia, l’altro per la verità.

RECENSIONE– Un consiglio: leggete questo libro ascoltando “Il fantasma di Tom Joad” di Bruce Springsteen. Tutto l’album. E’ stata la colonna sonora dell’autore, scrive lui stesso nei ringraziamenti. Ed effettivamente quelle sonorità incontrano perfettamente il testo. Un testo intenso, un racconto misurato di una storia dilaniante, dai risvolti angosciosi. Lo stile di Governi è sobrio, non indugia in dettagli né in lirismi: una scelta che contribuisce a rendere questo romanzo una esperienza con i propri sentimenti. Come avremmo reagito noi ad un fatto così crudele? Ci saremmo lasciati sopraffare dalla sete di giustizia, dalla voglia di vendetta? Avremmo voltato pagina e ripreso a vivere? Domande che mi sono posta durante la lettura, pensando anche a protagonisti della cronaca reale che hanno subito repentini e tragici cambi di sorte dopo un dramma simile. Il Superstite non impazzisce, eppure sembra perdere il contatto con la vita reale. Oppure è il più sano di tutti perché ha subito un lutto troppo grave per una vita semplice e lineare come la sua, e non ha fatto finta di continuare ad essere lo stesso.

Pizza,pasta e cazettino: il diario di Ivana, terrona fuori sede

I simboli di Napoli? Pizza, pasta e cazettino. E se non capite cos’è il cazettino, vuol dire che non vi siete mai imbattuti- forse perché vivete sopra il Rubicone- nel prototipo di estenuante venditore di pedalini partenopeo che cerca di piazzarti la merce a colpi di vero e proprio stalking. Ivana, la protagonista di questo piccolo libro edito da Streetlib, questi ambulanti li conosce (e li evita) e si sorprende ad incontrarli persino nei suoi luoghi di adozione quasi fossero emissari del più trito stereotipo della napoletanità (“Signurì, tengo famiglia”) contro cui, terrona emigrante per lavoro, combatte ogni giorno. Perché Ivana, che è poi la stessa autrice di “Pizza, pasta e cazettino”, difende con veemenza le proprie origini (è nata a Cimitile, provincia di Napoli) dai pregiudizi di colleghi e conoscenti. Una battaglia che non la vede sempre vittoriosa, a giudicare dalla dedica finale, ma nella quale si dimostra molto combattiva. Lei ha lasciato la sua terra poco dopo la laurea per trovare la propria realizzazione professionale e personale. La sorte l’ha condotta non all’altro capo del mondo ma nel Lazio, a poche centinaia di chilometri da casa eppure separata da un abisso dalle sue radici, dalla sua famiglia. Una distanza che, a momenti, le fa mancare il respiro ma a cui poi, poco a poco, si abitua (o rassegna?). “Pizza, pasta e cazettino” è il racconto della sua vita da emigrante, un compendio di aneddoti divertenti (il ‘cocktail’ della nonna, la guerra con l’ansia, i raduni di amanti delle quattroruote che si trasformano in luoghi di “acchiappanza”, i dissidi coi vicini di casa rumorosi e ottusi, i tentativi di tornare a casa il venerdì pomeriggio che si trasformano in trasferte interminabili e piene di imprevisti, la scelta della perfetta incerata da lavatrice) e qualche perla di saggezza (bello l’episodio dell’automobilista samaritano). Il  diario di una emigrante in cui chi conosce la cultura napoletana e chi è stato costretto dal caso o dalla necessità ad andarsene o più semplicemente a sostenere una vita da pendolare sui treni regionali, potrà riconoscersi. Perché non è facile lasciare la propria terra, partire da zero, crearsi nuove radici, quando il cuore ti tiene legato al tuo paese ed alla tua famiglia. “Pizza, pasta e cazettino” è anche questo, un manuale leggero- ma non per questo frivolo- di sopravvivenza alla vita da “terrone fuori sede”. Un libro che si legge in poche ore, una scrittura scorrevole e piacevole da cui si evince un po’ anche il carattere della scrittrice/protagonista Ivana: spiritosa, agguerrita e napoletanissima. E qualche parola merita l’autrice Ivana Greco che ci ha inviato il suo primo libro accompagnandolo ad un delizioso biglietto (scritto a mano) sul significato che leggere, oltre che scrivere, hanno per lei. Un pensiero che abbiamo apprezzato molto e dimostra che la sensibilità che traspare da molte pagine di questo racconto di vita è più che reale.