La pagella dei magnifici sette di giugno

Una suicida, il figlio di un (presunto) suicida, due orfani, una regina, una camminatrice, una “terrona” fuori sede” ed una moglie fedigrafa. Sono i protagonisti delle sette letture collezionate nel mese di giugno. Un mese complesso per i lettori (almeno è così per me) perché le giornate che si allungano incoraggiano le uscite e scoraggiano le letture. Ma la media di quest’anno è preservata grazie soprattutto ai “piccoli” libri (poche pagine ma grande profondità di contenuti) che hanno riempito il mio bagaglio di lettrice onnivora. Ecco la lista (cliccate sui titoli per leggere le recensioni complete) ed i voti che ho dato (tranne in un caso, poi capirete il perché).

  • “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” di Nadia Busato. La storia di Evelyn McHale, diventata suo malgrado un simbolo. Si suicidò lanciandosi dall’Empire State Building il primo maggio del 1947 atterrando sull’automobile di un diplomatico come un incantevole angelo della morte (googlate il nome e capirete). Aveva 23 anni ed una storia difficile, forse una depressione ereditata dalla madre. Nadia Busato racconta questa vicenda dal punto di vista di diversi personaggi, collegati direttamente o indirettamente ad Evelyn, dando così voce ad un dramma entrato nella storia grazie ad una fenomenale fotografia eppure sconosciuta nei suoi particolari. Voto: 7
  • “L’uomo dei boschi” di Pierric Bailly. Come è morto Christian Bailly? Incidente di montagna o suicidio? Ad indagare è il figlio Pierric, autore di questo breve ma intenso memoir che torna nei luoghi del padre e della sua infanzia per indagare sulla drammatica fine del genitore. Ben presto la sua diventa una esplorazione del suo passato familiare. Un diario sui rapporti tra padre e figlio che commuove quando si sofferma sui dettagli dell’esistenza di Christian. Per chi ha letto Emmanuel Carrere “L’uomo dei boschi” avrà molte assonanze. Voto: 7,5
  • “L’orso” di Claire Cameron. Mamma e papà vengono mangiati dall’orso. Potrebbe essere l’incipit di una fiaba dei fratelli Grimm, invece è il devastante prologo del best seller della scrittrice canadese. Nana e Sitck, due bambini di cinque e due anni perdono i genitori, uccisi da un orso, durante un pic nic. Per loro inizierà un’avventura tragica: Nana dovrà condurre il fratellino lontano dal pericolo utilizzando le sue risorse di bimba. Un libro originale soprattutto per la scelta di farla raccontare da Nana nel suo linguaggio di bambina e attraverso le sue visioni puerili. Voto: 7
  • “La sovrana lettrice” di Alan Bennett. La regina Elisabetta diventa improvvisamente ad ottanta anni una lettrice onnivora. Iniziata alle gioie della lettura da un giovanissimo sguattero, la sovrana non riesce a staccarsi dai libri mossa dall’ansia di colmare una enorme lacuna culturale. I libri diventano hobby ma anche argomento di discussione durante incontri ufficiali, tanto da mettere in imbarazzo gli autorevoli interlocutori. Difficile che lo staff di Buckingam Palace possa ignorare la nuova regale passione…Un romanzo molto divertente ed in cui i lettori maniacali potranno immedesimarsi. Voto 7.5
  • “Io cammino da sola” di Alessandra Beltrame. Cosa accade se un giorno non ti riconosci più? Nel tuo lavoro, nella tua vita sentimentale, nelle tue scelte. Sei una donna in carriera, bella ed indipendente, completa nella tua solitudine ricercata. Ma non ti riconosci più. E’ accaduto alla giornalista friulana Alessandra Beltrame che ha reagito lasciando tutto e invertendo la rotta. Alessandra ha iniziato il suo nuovo cammino, non solo metaforicamente. Un libro toccante, pieno di spunti. Voto: 8
  • “Pizza, pasta e cazettino” di Ivana Greco. Questo libro mi è stato inviato dall’autrice ed è stato la mia sesta lettura di giugno. Vi dedicherò una recensione nei prossimi giorni.
  • “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham. Quest’anno mi sono ripromessa di leggere un classico al mese. A giugno è arrivato il momento del romanzo di Maugham, una storia d’amore e tradimenti scritta in maniera magistrale e per la quale servono poche parole. Trama semplice: Kitty sposa un uomo che non ama, Walter, e lo tradisce poco dopo il trasferimento ad Honk Kong. Le conseguenze saranno devastanti e lo stile di Maugham, elegantissimo, contribuisce tenere incollati alle pagine. Voto 9.

L’amore ed il tradimento sotto il velo dipinto da Maugham

Racconto d’amore e tradimento. Una trama come tante, ma scritta da William Somerset Maugham è tutta un’altra storia. Perché Maugham ci mette la classe. La classe dello stile, senza alcuna sbavatura; la classe dell’ambientazione: prima l’Inghilterra degli inizi del Novecento, poi le colonie orientali britanniche e la Cina; la classe dei suoi personaggi, mai banali, capaci di svelarsi pagina dopo pagina. Questo è “Il velo dipinto”, un classico del ventesimo secolo ed un esempio mirabile della vena dello scrittore britannico. La vicenda è stata immortalata anche dal cinema: Kitty, ragazza bella ma fatua, pensa come tutti i giovani di avere tutta la vita davanti e trascorre l’età più verde tra feste e corteggiamenti che non portano mai, con gran disperazione dell’avara madre, all’agognato matrimonio con qualche danaroso pupillo. Finisce come tante altre storie simili: Kitty, arrivata a venticinque anni (che per i tempi era il limite temporale tra vergine di bella speranza e zitella) sposa il primo (o quasi) che incontra. Lui è Walter Fane, un ombroso batteriologo che sembra non offrire nulla tranne una proposta di matrimonio (e di trasferimento ad Hong Kong) da accettare al volo. Kitty e Walter convolano a nozze e partono per la colonia, ma qui nella loro vita coniugale irrompe la variabile impazzita: il tradimento. La donna, che non prova amore per il marito, si innamora invece del suo alter ego Charles Townsed, aitante e focoso. Iniziano una relazione che li conduce direttamente all’inferno. Perché Walter li scopre e, mostrando un lato di sé che la consorte- troppo attenta a se stessa- ignorava, ordisce un piano diabolico che metterà Kitty di fronte ad una scelta inevitabile e drammatica. Non svelo altro, anche se questo libro è molto conosciuto e la sua trama è stata adattata per il grande schermo ben tre volte, ma lascio a chi vorrà leggerlo scoprire come si dipana l’intera vicenda. Sappiate però che in questo libro non si riesce a parteggiare per nessuno. Né per il marito tradito, né per la moglie trascinata in pieno “inferno in terra”. Si assiste semplicemente all’evolversi delle vite di Kitty e Walter, personaggi che non restano uguali a se stessi ma che maturano, cambiano, diventano altro pagina dopo pagina. Una magia letteraria che riesce a pochi.

Consiglio vivamente questo libro. Prima di tutto perché è uno di quelli da leggere prima di morire (Piero Dorfles lo ha inserito nel suo “I cento libri che rendono più ricca la vostra vita”) e va collezionato come un prezioso classico. E poi perché è un libro capace di raccontare il tradimento ed il sesso con grande eleganza. La storia di Kitty, una sorta di Emma Bovary che tenta il martirio senza riuscirvi, è moderna anche se ambientata ai primi del Novecento. Possiamo detestarla e crederla egocentrica e narcisista ma non mancheremo di immedesimarci nel modo ingenuo in cui si lascia abbagliare da un amore frivolo credendo sia quello vero ed unico

Alessandra, bella e sola in cammino verso un’altra vita

“Mollo tutto e me ne vado”. Quanti di noi, almeno una volta, lo avranno detto o sperato. E c’è chi, come la giornalista Alessandra Beltrame, lo fa sul serio. Alla vigilia dei cinquanta anni l’autrice di “Io cammino da sola” lascia un lavoro ben pagato, una carriera costruita passo dopo passo con ambizione e impegno, e cambia vita. A spronarla ci sono tante cose: l’insoddisfazione; le tante storie d’amore cui sfugge inseguendo la propria libertà; l’accettazione della propria solitudine; la voglia di combattere l’infelicità che si insinua latente nelle pieghe di una vita apparentemente perfetta. Beltrame lo scrive da subito: “Questo libro è per parlare di noi solitari. Noi che anche se siamo in coppia, o se stiamo in moltitudine, continuiamo a sentirci, a essere soli”. Non una solitudine patologica né (del tutto) misantropa, però, ma “stimolante, creativa, seminale”: quella che spesso è alla base dei grandi cambiamenti e delle grandi avventure. E una grande avventura esistenziale è quella cui va incontro Alessandra quando, fatti i conti con le proprie insoddisfazioni, decide di mettersi in marcia. Lascia il lavoro presso una casa editrice, chiude in un cassetto la routine e si avvicina al cammino. Una condizione comune a tanti di noi, affaticati da una quotidianità monotona ed insoddisfacente, stritolati da ritmi imposti e costretti ad una continua corsa come criceti sulla ruota. Affannati da obiettivi che si dissolvono appena raggiunti, pronti a collezionare scontrini, biglietti di viaggio, foto vivendo solo superficialmente ogni momento. Senza fermarsi a respirare. Alessandra Beltrame invece ascolta il proprio corpo oltre che la propria menre e cambia rotta lasciando i tacchi e il caos della città e indossando scarponi e zaino. Inizia un bel cammino descritto con grande profondità in questo diario che parte proprio dalla scelta centrale, dalla decisione di lasciare il lavoro. L’autrice racconta molto di sé: l’infanzia complicata e già solitaria, l’amore per la lettura,  il rapporto con i genitori e la sorella, la loro separazione, la passione per il giornalismo,  la scelta di tuffarsi nel lavoro per sentirsi ed essere indipendente, i rapporti sentimentali con uomini che non riescono mai a riempirle la vita, la morte della madre per un tumore e quella del padre,  l’iniziazione al cammino come via di fuga e punto di svolta che la conduce dal suo Friuli pasoliniano all’Irpinia di Franco Arminio, dalla Sicilia al Molise fino alla tappa finale e catartica: la via Francigena. “Io cammino da sola” è un libro scritto in maniera chiara, con frasi brevi ed asciutta e paragrafi di poche pagine. Un racconto di sé profondo con cui, se si sta vivendo un periodo di cambiamento (volontario o meno) si riesce facilmente ad empatizzare. Capita a tutti di sentire l’esigenza di invertire la rotta del proprio destino. Sono in pochi, però, quelli capaci di fare i conti con la paura di un’esistenza che si consuma senza coglierne il significato e che non si piegano ad arrivare alla fine senza ammettere la propria frustrazione. Alessandra Beltrame è tra quei pochi. “Anche io volevo essere bella e sola in cammino- scrive- Affrontare la mia solitudine. Isolarmi. Stare sola. Farmi isola. Partire. Camminare da sola”. Una decisione coraggiosa, meditata, definitiva. Oggi la scrittrice porta avanti il suo cammino anche con un blog (iocammino.org), le presentazioni del suo libro ed una pagina Facebook. Suggeriamo di dare un’occhiata, oltre che di acquistare questa piccola perla. Un libro che non tradisce le aspettative: ci si immedesima, ci si emoziona, si empatizza e ci si domanda: “Avrei mai il coraggio di fare lo stesso?”.

“Io cammino da sola”

Ediciclo edizioni

175 pagine

15 euro

Scandalo a corte, alla regina piace leggere

“Stava anche scoprendo che un libro tira l’altro; ovunque si voltava si aprivano nuove porte e le giornate erano sempre troppo corte per leggere quanto avrebbe voluto”.

Quante volte va…di corpo la regina? Che biancheria indossa sotto i suoi eccentrici abiti da cerimonia? E chi le acconcia in maniera così leziosa la cotonatura azzurrina? Non so voi ma queste domande capita di farmele quando assisto alle anacronistiche parate britanniche, ai sempre più plebei matrimoni reali ed alle occasioni diplomatiche che i telegiornali inseguono come fossero spaccati esotici di una monarchica realtà d’altri tempi. In prima fila, in carrozza, sulla balconata, c’è sempre lei: l’enigmatica vecchina, ormai novantenne, di pastello vestita e buffamente decorata sulla testa che saluta i sudditi dall’alto dei suoi titoli di “Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e dei Suoi altri Reami e Territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede” mentre noi comuni mortali possiamo solo fantasticare su quale interessante o monotona esistenza abbia vissuto sinora la vegliarda più potente del pianeta. Avrà forse voluto soddisfare una di queste curiosità plebee (“che libri ha la regina sul comodino?”) l’ attore Alan Bennet quando ha scritto “La Sovrana Lettrice”, un libro breve e spassoso edito in Italia da Adelphi, uscito nel 2007 ma ancora ricercato e apprezzato dai bookeater a caccia di chicche. E questa certamente lo è per i bibliofili e non solo. A partire dalla sfiziosa copertina di Adelphi, in un color malva che tanto piacerebbe ad Elisabetta per un suo outfit e con al centro una immagine della Nostra in tutto il suo imperturbabile splendore. Bennett, che è anche autore televisivo apprezzato e scrittore, immagina una sovrana che improvvisamente, ad ottanta anni, comincia a leggere. Non che non ne abbia mai avuto la possibilità, anzi. Si può solo fantasticare su quali e quanti libri custodiscano le biblioteche di Buckingam Palace e delle diverse dimore dei Windsor. Eppure, nonostante un patrimonio librario da fare invidia alle biblioteca di Alessandria, Elisabetta non ha mai letto. O meglio non ha mai letto con piacere e passione, ma solo per dovere. L’incontro fortuito con una libreria mobile (un camper carico di volumi in vendita per le strade di Londra), però, le consente di far conoscenza con Norman, sguattero bruttino con la passione per la lettura, e con i primi testi cui avvicinarsi non più per obbligo e studio ma per puro diletto.  Amicizia e bibliofilia andranno di pari passo. Mentre Norman diventerà ben presto, grazie ai suoi preziosi consigli di lettura, un fidatissimo factotum sempre pronto a soddisfare le curiosità della regina, crescerà anche l’interesse di Elisabetta per quello che fino a poco tempo prima e per ottanta anni era stato solo un oscuro oggetto da sfogliare. La sovrana diventerà ben presto una bibliomane che tenta di recuperare anni di mancate letture calandosi in libri di ogni genere fino a preferire il suo nuovo interesse a qualsiasi altro impegno pubblico o privato per la gioia di Norman e la stizza del duca Filippo, suo consorte. Una favola per lettori accaniti, non vi pare? Ma un incubo per lo staff, sempre attento a che la sovrana rispetti tempi, luoghi e modi dell’etichetta regale senza sbavare in personali attitudini, e un pauroso fuori programma per politici terrorizzati dall’idea che la “vecchia” diventi troppo autonoma ed audace. Ed ecco che l’apparentemente innocua passione per romanzi e saggi si trasforma in un pericolo da sventare, in una deviazione dal protocollo da bloccare sul nascere con ogni genere di macchinazione. Un complotto di Stato per impedire alla regina d’Inghilterra di leggere. Ma riuscirà l’intento di smorzare l’ardore bibliofilo di Sua Maestà? Lo scoprirete solo leggendo questo libro davvero divertente, che si finisce in un battibaleno e non manca del colpo di scena finale. Una lettura consigliata anche per la spiaggia, facile e brillante com’è. E che riconcilia ad ogni pagina con il nostro amore per i libri, quello che a volte ci sembra che ci sottragga tempo e forze per altro, ma da cui non riusciremmo, accada quel che accada, mai a staccarci.

“La sovrana lettrice”

Alan Bennett

Adelphi

95 pagine

8 euro

 

L’Orso, la favola terribile di Nana e Stick

Per le prime venti pagine sei terrorizzato. Poi angosciato. Infine commosso per Anna ed Alex. Sono questi i nomi dei due teneri protagonisti de “L’Orso” di Claire Cameron, anche se per l’intero libro li conosceremo soprattutto come Nana e Stick, cinque e tre anni, figli di una coppia un po’ hippie, appassionata di canoa ed escursioni nella natura e con qualche instabilità sentimentale risanata solo di recente. E forse proprio per celebrare la ritrovata armonia di coppia i genitori di Nana e Stick decidono di partire con i bambini per una gita al cottage tra le foreste del Canada, dove è ambientato il romanzo, con una puntata in canoa per campeggiare in una radura incontaminata. E’ il 1991 e sarà proprio in quel brandello di paradiso della natura che mamma e papà andranno incontro ad una morte atroce, attaccati e uccisi da un orso bruno. A raccontarci la loro fine tragica e un po’ splatter è la piccola Anna, unica dolcissima voce narrante di questo romanzo inconsueto. Anna è sveglia quando l’orso attacca i genitori, ma nella sua infantile incoscienza non comprende quanto sta accadendo. Ascolta le urla, i ringhi dell’animale, la lotta sfrenata tra papà e quel mostro sbucato dai cespugli: ma non capisce. E le sfugge quanto accade anche  quando il padre, nell’estremo tentativo di mettere in salvo lei ed il fratellino, li rinchiude in una grossa borsa da ghiaccio riuscendo a ripararli da morte sicura. Attimi di puro terrore trasfigurati dal racconto della piccola protagonista che fornisce la sua fantasiosa versione degli avvenimenti senza per questo far diminuire l’angoscia. Salvi grazie al papà e usciti indenni dalla ghiacciaia da campeggio, Nana e Stick iniziano la loro avventura senza genitori, inconsapevolmente diretti verso l’ignoto e la salvezza. Sono due bambini che non sanno di aver perso la mamma ed il papà ma che con tenacia riescono a sopravvivere.

“L’orso” è un libro molto delicato nonostante la trama a dir poco angosciante. L’idea di due bimbi così piccoli privati in maniera violenta dei genitori e completamente soli in una foresta tormenta di per sé. Lo stile di Claire Cameron, che decide di lasciar parlare la piccola Anna con il suo linguaggio infantile e la sua visione puerile della realtà, rende l’atmosfera ulteriormente dolorosa ed a tratti asfissiante, come nella scena dei bimbi chiusi nella ghiacciaia. Le vicende di Nana e Stick si dipanano con leggerezza, nonostante la drammaticità della situazione, ed è questa la forza del romanzo: trascinarci in una trama spaventosa che però leggiamo attraverso lo sguardo innocente dei suoi protagonisti. La forza incontrollabile della natura, l’amore viscerale dei genitori per i figli, la tenerezza: sono questi i punti di forza de “L’orso” di Claire Cameron. Un testo che terrorizza, poi angoscia ed infine commuove ma sempre dalla dimensione di un bambino.

L’orso

Claire Cameron

Editore Sem

207 pagine

17 euro

I Mondiali dei vinti, storie e amarcord delle Cenerentole del calcio

Nel giorno dei Mondiali in Russia senza Italia (sigh) il librosauro sceglie e consiglia  “I mondiali dei vinti” di Matteo Bruschetta. Storie e miti delle peggiori 10 nazionali di calcio nella loro avventura ai Mondiali. Indie Olandesi (attuale Indonesia) nel 1938, Haiti e Zaire nel 1974 con il famoso intervento di Ilunga nella gara del Brasile: per molti goffo ma che in realtà salvò i compagni dalla furia del dittatore Mobutu. Ma anche la storia di El Salvador (1982), dell’Iraq (1986), del Canada (che ha appena saputo di dover organizzare con Messico e Usa l’edizione del 2026), degli Emirati Arabi nel 1990, il riscatto della piccola Bolivia nel 1994, la Cina nel 2002 e l’avventurosa spedizione del Togo in Germania nel 2006. Un solo punto (della Bolivia) e nessuno per le altre nove compagini nelle edizioni e appena 8 gol fatti (uno di Haiti proprio all’Italia) e una marea subiti con storiche goleade (Polonia-Haiti 7-0, Jugoslavia Zaire 9-0, Ungheria- El Salvador 10-1) per le 10 squadre dimenticate e “dipinte” da Bruschetta con tanti aneddoti e curiosità tutte da scoprire per chi ama il calcio e chi potrebbe amarlo. Uno splendido disastro di “Cenerentole” arrivate con sacrifici e meriti al ballo dei grandi del calcio: “Tante squadre, raccontate attraverso i personaggi come l’allenatore basco Azkagorta, il bomber Radhi, il talento Al-Talyani, Robert Lenarduzzi, il santone Bora Milutinovic, il mito Sanon e El Negro Mora il portiere colabrodo che animarono storie bellissime quando già l’arrivo alla fase finale del torneo rappresenta il Paradiso” scrive Nicola Roggero nella prefazione. Quel “paradiso perduto” degli azzurri di oggi.

L’uomo nei boschi, indagine su un padre

Christian Bailly è un infermiere di 61 anni ed è a tre mesi dalla pensione. Un giorno  qualunque decide di andare  a fare la solita passeggiata tra i boschi da solo. Raggiunge con la sua auto nuova ma molto spartana la montagna, si addentra tra i sentieri che conosce da almeno quarant’anni e sparisce nel nulla. Dopo tre giorni qualcuno, avendo notato l’auto ferma sul ciglio della strada, chiama la polizia. Poco dopo verrà scoperto il cadavere già decomposto  ai piedi di una cascata e sotto un pendio scosceso poco sicuro da percorrere in inverno. Cosa è successo a Christian? E’ caduto mentre cercava funghi o altro?

E’ questo il prologo di “L’uomo dei boschi”, l’ultimo libro dello scrittore francese Pierric Bailly. La coincidenza tra il cognome dell’autore e quello della vittima non è una scelta artistica: Christian era il padre di Pierric, e la sua tragica e prematura fine è al centro di questo breve romanzo, ma sarebbe meglio definirlo “diario” o memoir, che racconta la storia di Christian, le sue vicissitudini di essere umano, padre e lavoratore come tanti e, in controluce, del rapporto tra Pierric e quella figura paterna che aveva frequentato poco e capito tardi. Appreso della tragedia, Bailly scrittore si mette in auto e raggiunge i luoghi del padre, i piccoli borghi della regione francese dello Jura, dove lui stesso è cresciuto, ed inizia una indagine che però non è fatta di ricerca di indizi e prove. Pierric Bailly indaga sul suo rapporto col genitore, sul carattere dolce ma burbero di quell’uomo, sulle malinconie e frustrazioni che potrebbero averlo guidato su quel sentiero pericoloso e infine sulla morte che divide irrimediabilmente ma unisce quando dà l’occasione di ricordare.

“L’uomo dei boschi” diventa così un breve ed intenso flusso di coscienza. Non un romanzo, non un racconto né un’inchiesta. Un diario intimo che l’autore mette a disposizione dei lettori in uno stile che per chi ha letto Emmanuel Carrere risulta familiare. Ci sono momenti toccanti e passaggi intimi, si riflette su quello che si lascia dopo il trapasso come eredità materiale ma soprattutto morale. Mentre resta senza risposta la domanda da cui parte il libro: “Come è morto Christian?”. Alla fine della lettura ti accorgi,però, che non è più tanto necessario saperlo.

Il volo di Evelyn, il “suicidio più bello al mondo”

Una ragazza di 23 anni apparentemente normale si suicida lanciandosi nel vuoto. Poco prima di buttarsi lascia un messaggio di addio. Non è un fatto eccezionale, purtroppo. Ma nel caso di Evelyn McHale questa vicenda per una serie di cause si è trasformata in iconica. Prima di tutto per il biglietto lasciato, in cui accomiatandosi dal fidanzato che avrebbe dovuto sposare dopo un mese Evelyn scrive un epitaffio involontariamente modernissimo: “Non sarò mai la brava moglie di nessuno”. Poi per il luogo scelto per compiere l’estremo gesto: l’Empire State Building che quell’anno, nel 1947, era ancora il grattacielo più alto del mondo. E infine, ma soprattutto, per la foto che un giovanissimo studente di fotografia riesce a scattarle pochi secondi dopo il volo e a far pubblicare su “Life”. Un’immagine impressionante in cui Evelyn sembra dormire sul tetto della limousine su cui è caduta. Tanti elementi che, concatenati, fanno una storia che Nadia Busato, l’autrice di “Non sarò mai la brava moglie di nessuno” , decide di scrivere. Otto anni di lavoro per ricostruire la vicenda, inserire i tasselli biografici mancanti, documentare questa tragedia privata assurta a simbolo grazie alla foto e arricchirla di dettagli romanzati ed empatia. Il risultato è questo libro particolare che partendo dal dramma della sconosciuta Evelyn descrive piccoli grandi pezzi di umanità e storia.

Evelyn era una ventitreenne come tante nell’America dell’immediato dopoguerra: una bella ragazza con un futuro da costruire dopo il buio del conflitto oltreoceano, un lavoro, un fidanzato. Dietro la patina della working class a stelle e strisce nasconde però un vissuto molto problematico. Penultima di sette figli, subisce il trauma dell’abbandono della madre che lascia il marito quando lei ha appena tre anni. Cresce accudita dalla sorella Helen, sballottata da un trasloco ad un altro, e costruisce così la sua personalità fragilissima ed a tratti border line. Riesce comunque ad avere una vita normale, con un impiego ed un fidanzato che la adora, ma la depressione, vera protagonista “occulta di questo romanzo, è sempre sul punto di esplodere o con gesti di rabbia irrazionalmente sfogata contro cose o persone, o, come nell’epilogo, contro se stessa. Ad un mese dalla nozze, quando tutti sono convinti che sta per affrancarsi dalla famiglia per andare incontro ad una vita nei margini della normalità, decide di acquistare il biglietto per salire sull’Empire State Building, raggiunge l’88esimo piano, lascia cappotto ed altri effetti personali sulla terrazza panoramica, scrive le sue ultime volontà e si lancia, planando per decine di metri ed infine schiantandosi sulla limousine di un diplomatico. Il suo corpo si adagia come dormiente sul tettuccio dell’automobile: Evelyn stringe il filo di perle, ha il volto sereno, gli occhi socchiusi, le gambe incrociate. Un ritratto dignitoso del suo dramma. “Il suicidio più bello” immortalato dal fotografo Robert Wiles e diventato grazie alla pubblicazione su Life un simbolo che sarà ripreso da alcuni artisti tra i quali Andy Warhol. La sua storia diventa per qualche tempo un caso, ripreso dai giornali americani e non solo, e sopravvissuto per settant’anni all’oblio grazie sicuramente alla forza dirompente dello scatto di Wiles ed a quelle poche frasi che Evelyn scrisse prima di uccidersi.

Frasi che hanno colpito l’autrice Nadia Busato, folgorata dalla foto durante una notte di insonnia da neo mamma e poi dalla piccola grande vicenda umana di Evelyn. Per otto anni si è documentata e quando ha messo insieme il complicato puzzle partendo da un trafiletto del primo maggio 1947 ha donato alla storia la propria empatia. Così è nato “Non sarò mai la buona moglie di nessuno” che descrive Evelyn non in maniera lineare ma attraverso diversi capitoli singoli, ciascuno dedicato ad un personaggio, che hanno in filigrana sempre Evelyn. A “parlare” sono sua mamma Helen, la sorella maggiore Helen, il fidanzato Barry, l’amica Julianna, il fotografo Robert, il poliziotto John, cui Nadia Busato dà voce ricostruendo con la fantasia quello che dovettero aver visto e provato i protagonisti. Ma  viene data anche a personaggi collaterali (il costruttore dell’Empire State Building, la donna che si lanciò dal grattacielo senza riuscire ad uccidersi, la redazione di Life). Un coro che ha l’intento di restituire al meglio chi era Evelyn: una ragazza finita, suo malgrado, nella cronaca, nella storia e poi nell’arte con la sola forza del suo disperato gesto.

“Non sarò mai la brava moglie di nessuno” è un libro scritto benissimo, con momenti di puro lirismo, nato con l’intento romantico di dare un volto ad un personaggio entrato nella cultura pop eppure pressoché sconosciuto e di romanzare in maniera convincente gli aspetti della sua vita che non potremmo mai davvero conoscere. Un tentativo ben riuscito nonostante qualche passaggio più lento o forzato. Una lettura che non delude.

Daniel ed Elisabeth: l’Autunno di un amore impossibile

“Ciao- fa lui- Cosa leggi di bello?”

Daniel ed Elisabeth. Un amore impossibile, eppure un amore. Lui anziano e lei bambina, sono i protagonisti di “Autunno”, primo libro della tetralogia dedicata alle stagioni della scrittrice scozzese Ali Smith. L’omosessuale di origine tedesca Daniel Gluck ed Elisabeth Demand sono vicini di casa in un paesino della Scozia. Lei ha otto anni, lui già più di ottanta, eppure tra loro sboccia un’amicizia speciale capace di superare limiti di spazio e di tempo e di intrecciarsi per affinità elettive: la fantasia di entrambi, l’amore per l’arte, un sentimento contrario alle convenzioni. Elisabeth, membro di una famiglia disfunzionale (padre assente, madre superficiale) cresce con Daniel come tutore. Le loro lunghe passeggiate lungo il canale sono lezioni sui libri, l’arte e la vita e si interrompono solo quando lei si trasferisce a Londra per studio. Li ritroviamo dieci anni dopo in un 2015 difficile per la Gran Bretagna, scombussolata dalla Brexit e dilaniata dall’odio, dagli egoismi e dalle divisioni. Daniel ha 101 anni e tra momentanei risvegli dal sonno premorte in cui è sprofondato sogna e ricorda brandelli del passato. Elisabeth si prende cura di lui leggendogli un libro al capezzale e intanto riprende i rapporti con la bizzarra madre.

“Autunno” è un libro sospeso tra sogno e realtà che racconta una storia d’amore impossibile ed un recentissimo periodo storico tormentato da lacerazioni. Attraverso uno stile complesso Ali Smith spiega la forza dell’amicizia tra Daniel ed Elisabeth e inserisce personaggi dirompenti, come l’artista realmente esistita Pauline Boty, dalla vita breve e tragica (vi suggeriamo di cercare la sua biografia e le sue opere). Su tutto domina il rapporto tra il vecchio e la bambina, un amore mai consumato, ovviamente, e mai pronunciato, ma che segna la vita di Elisabeth.

Libro: “Autunno”

Autore: Ali Smith

Edizioni:Big Sur

Pagine: 223

Prezzo: 17,50 euro