La profezia di Sergio Rizzo: Italiexit porta del baratro

E se l’Italia uscisse dall’euro? Per alcuni è auspicabile, per altri un dramma, ma per il giornalista vicedirettore di Repubblica Sergio Rizzo è il punto di partenza del suo “02.02.2020 La notte che uscimmo dall’euro”. Un romanzo distopico in cui si immaginano retriscena e conseguenze dell’Italiexit. Tutto ha inizio dalla svolta politica del Paese, governato da un’alleanza tra partito dei sovranisti e partito populista e con a capo un premier avvocato non eletto. Vi ricorda qualcosa? Sì, l’ispirazione di questo libro (scritto nel luglio del 2018) è l’attualità italiana, ma la trama segue uno svolgimento immaginario (o forse profetico?).

TRAMA- L’Italia dopo le elezioni ha un governo populista-sovranista euroscettico. Il premier è un avvocato, i due vicepremier sono un ministro radicale fidanzato con una bella attrice ed un ministro meridionale ex commesso. Hanno una maggioranza schiacciante, una politica basata su slogan e demonizzazione dei migranti e grazie al forte consenso popolare, mai registrato nella storia dell’Italia repubblicana, attuano una politica di autonomia rispetto all’Unione europea che sfocia nell’uscita dalla moneta unica. I primi mesi di Governo sono difficili e febbrili: alla spinta antieuropeista dei potenti ministri si oppongono solo i moniti del capo dello stato ed i rimorsi del premier. Ma i piani, anzi “il piano Morris” (dal nome dell’unico prigioniero evaso da Alcatraz) dell’esecutivo non incontra ostacoli decisivi. Dopo le dimissioni del primo ministro e l’incarico al capo del partito del Nord, la strada verso l’uscita dall’Ue è spianata. Il 2 febbraio del 2020 inizia il corso della nuova moneta, la “Lira Nuova”, con il prevedibile scompiglio. File ai bancomat, carenza di liquidi ma soprattutto il generale “stordimento” dei cittadini catapultati in un sistema che non ha più il paracadute dell’Ue. Le conseguenze della ‘secessione’ dall’Europa, infatti, sono economicamente devastanti: stop ai fondi strutturali, finanziamenti da restituire per le opere non completate, i prezzi salgono alle stelle e la povertà dilaga. Nel sottobosco della crisi pascolano gli speculatori, alcuni legati a doppio filo alle forze di governo.  Una situazione esplosiva che conduce l’Italia sull’orlo del baratro ma con la speranza, nel finale, che l’arte di resistere, rigenerarsi ed “arrangiarsi” degli italiani li salverà ancora una volta.

RECENSIONE- Sergio Rizzo avrebbe potuto scrivere un instant book per parlare della situazione politica italiana ma ha fatto una scelta differente ed originale: descrivere l’Italia di questi giorni e quella di un ipotetico futuro attraverso un romanzo distopico. Le basi sono solidissime. Rizzo tratteggia uno scenario ispirato ai personaggi politici del momento (Salvini, Di Maio, Conte) e li proietta in un futuro prossimo immaginando cosa accadrebbe se il famoso “piano B” (l’uscita dalla moneta unica) venisse effettivamente attuato. Tutto è supportato da una rigida conoscenza dei meccanismi economici e finanziari europei. Ciò che Rizzo descrive potrebbe davvero accadere all’Italia? Sì o forse no, di sicuro un’Italiexit sarebbe uno choc finanziario per il Paese e per l’intera Ue. Il vicedirettore di Repubblica immagina (per qualcuno profetizza) un futuro fosco, lasciando un margine di italico ottimismo solo sul finale. Il romanzo è lineare, scorrevole e aiuta a comprendere la realtà politica attuale, comunque la si pensi.

E se potessimo vivere tre vite? Jim ed Eva (beati loro) ci riescono…

Spesso mi ritrovo a pensare: “Cosa sarebbe accaduto se avessi agito in un altro modo?”. Ed è proprio questo focalizzarsi su i se ed i chissà delle proprie esistenze l’espediente letterario scelto da Laura Barnett per il suo “Tre volte noi” edito da Bompiani. Un romanzo in cui vengono offerte tre versioni della stessa storia cambiando la trama a seconda delle scelte dei personaggi o, se si preferisce, delle combinazioni del fato. Una vera e propria scommessa narrativa.

TRAMA- I protagonisti sono Eva e Jim. Entrambi studenti a Cambridge nel 1958: lei figlia di Miriam, una soprano fuggita incinta e sola dall’Austria nazista, e di Jacob, un musicista ebreo che di Eva non è il padre naturale ma che la crescerà con l’amore di un genitore vero. Jim è invece il figlio unico di Lewis, artista osannato che insegue le sue opere e le sue modelle, e Vivian che per amore del marito finirà per cadere nel buco nero della depressione. Il nucleo della storia è tutto qui: nell’incontro delle giovani anime di Jim ed Eva in una fredda mattina inglese, dopo che lei ha bucato una ruota della sua bici. Cosa accadrà? Partendo da questo episodio si dipanano tre versioni. Nella prima, Jim ed Eva si conoscono, si amano e si sposano. Nella seconda i due non si conoscono e le loro vite saranno destinate a sfiorarsi per sempre. Nella terza versione si conoscono ed iniziano una relazione che sarà interrotta da un fatto imprevisto. La descrizione delle tre versioni è per forza di cose riduttiva, perché vengono sviluppate dalla scrittrice in maniera compiuta arrivando a costituire tre racconti separati ed autonomi che rendono persino complicato seguire le vicende ma nello stesso tempo rendono avvincente la lettura. Fino al finale, davvero commovente.

RECENSIONE- Difficile soffermarsi di più sulla trama di questo romanzo proprio perché ne racchiude tre con molte svolte e personaggi. Questo richiede  uno sforzo di concentrazione maggiore nella lettura, ma la scrittura di Laura Barnett rende comunque facile seguirla nei dedali del suo libro e capire i personaggi, sviluppare una forte empatia non solo con Eva e Jim ma anche con alcuni dei coprotagonisti. Personaggi descritti in maniera dettagliata e che sembrano “uscire” dalle pagine con le loro vicende così umane, comuni, nelle quali è possibile immedesimarsi. L’elemento centrale della scelta, però, è quello che più catalizza alla fine l’attenzione di chi legge: cosa sarebbe successo se nella vita avessimo seguito un’altra strada, preso un’altra decisione, accettato una sfida piuttosto che accontentarci di un porto sicuro? Laura Barnett può dare una risposta attraverso il mezzo potentissimo della scrittura creativa. Noi che siamo umani e non personaggi letterari, purtroppo non potremo mai saperlo. La vita ci dà solo un’opportunità senza possibilità di tornare sui nostri passi. E’ il suo mistero, ma anche la sua bellezza: vivere una volta e vivere pienamente sapendo che al bivio possiamo imboccare una sola strada.

“Tre volte noi”

Laura Barnett

Bompiani

428 pagine

14 euro

Tom, l’uomo per sempre giovane condannato a non amare

Un successo internazionale ed una trama che sembra pronta per trasformarsi in una pellicola hollywoodiana. Ingredienti giusti per decidersi all’acquisto di “Come fermare il tempo” di Matt Haig ma anche per accostarsi alla lettura con la diffidenza che nutro verso i libri troppo pubblicizzati ed osannati. Con piacere ho accantonato la diffidenza (e la spocchia) per immergermi in un romanzo che ha saputo conquistare la mia curiosità e che ho divorato in pochi giorni.

TRAMA- Tom Hazard è immortale. O quasi. Ha 400 anni ma ne dimostra 40. Ha avuto un solo grande amore nel 1600, una figlia affetta dal suo stesso male e che non vede da centinaia di anni, è stato un fabbro nel 1800 ed un pianista nei fumosi bistrot parigini degli anni Trenta. Ha conosciuto Shakespeare e Fitzgerald, subìto un processo per stregoneria e visto ballare dal vivo Josephine Baker. Tom Hazard è un fortunato o un dannato? Lui ha una convinzione precisa: è un maledetto, costretto da una malattia genetica rarissima ad essere una specie di highlander che invecchia 15 volte più lentamente della media ed a cambiare vita ed identità ogni otto anni. Un’esistenza clandestina condivisa con pochi altri individui affetti dalla misteriosa “anageria” e protetta da una altrettanto misteriosa associazione degli Albatros votata a difendere il segreto degli immortali contro la superstizione (un tempo) e la scienza (oggi). Una condizione difficile per Tom che arrivato alla maturità (i nostri 40 anni che per lui coincidono con i 4 secoli) stenta ad accettare un’esistenza in cui chi ami è destinato a morire prima di te ed innamorarsi è vietato. I rapporti affettivi sono proibiti per gli Albatros che, guidati dall’enigmatico Heindrich, arrivano ad eliminare chi mette a rischio il segreto o non vuole entrare nell’associazione. Hazard, stanco delle esistenze ricche e privilegiate ma clandestine e futili che Hendrich gli offre come copertura, decide dopo otto anni di autoisolamento in Islanda di tornare all’origine, alla sua Londra e di essere un normale insegnante di storia delle superiori. La sua malattia, però, è un segreto troppo grande e incomprensibile e quando Tom conoscerà Camille, le sue già fragili certezze sul suo destino e sul sistema degli Albatros vacilleranno e tutto verrà rimesso in discussione. Anche l’idea di essere un dannato.

RECENSIONE- Un romanzo che ha venduto tanto e non si stenta a capire perché. “Come fermare il tempo” è una storia che intreccia il fantastico con l’amore, la filosofia con la storia, il thriller con il romanticismo: un mix azzeccato che Matt Haig rende attraverso una pragmatica suddivisione per epoche che non confonde ma anzi intriga i lettori. Lo stile è semplice, scorrevole, piacevole, come ti aspetti da un libro adatto veramente a tutti, anche ai ragazzi. Di fondo, una domanda che coglierà di sicuro ogni lettore: invecchiare lentamente, vivere centinaia e centinaia di anni avendo il privilegio di attraversare ogni epoca è una fortuna o una dannazione?

“Come fermare il tempo”

Matt Haig

E/O edizioni

368 pagine

18 euro

 

 

 

 

Le tredici storie strazianti salvate da una giornalista

“Tredici canti” è la terza lettura di un settembre in cui conto di riprendere la media di libri persa miseramente ad agosto. Un libro di racconti grazie al quale ho conosciuto la tremenda storia dell’ex ospedale psichiatrico più grande del Sud.

TRAMA- Una giornalista scova negli archivi di un vecchio manicomio i documenti di tredici “ospiti” della struttura. Carte che lei salva dall’oblio insieme alle storie dei “pazzi” che ne sono protagonisti. Per me potrebbe essere la sceneggiatura di un film quanto ha fatto la giornalista napoletana Anna Marchitelli, notista delle pagine culturali di grandi quotidiani che ha riportato alla luce le vicende di tredici internati dell’ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” di Napoli. Marchitelli ha trascritto in forma di racconti romanzati quelle strazianti vite in “Tredici canti” per la Piccola Biblioteca di Neri Pozza. Merito della giornalista è di avere dato la voce a persone che subirono la ferocia della detenzione in manicomio: uomini e donne che per ragioni diverse saggiarono le spaventose condizioni di un ospedale psichiatrico da cui spesso uscirono solo per raggiungere un altro manicomio. Tra le storie raccontate, quella di Renato Caccioppoli, celebre matematico napoletano afflitto da problemi psichici ma che nel Bianchi trovò soprattutto il rifugio dal carcere o dall’esilio per le sue idee antifasciste. Marchitelli racconta le vicende del camorrista pentito Gennaro Abbatemaggio che in manicomio si faceva ricoverare come andasse in una clinica per disintossicarsi. E ancora il ribelle Emilio Caporali, che scagliò un sasso contro il primo ministro Francesco Crispi, l’anarchica torinese Clotilde Peani, il pensatore Luigi Martinotti che stregò Benedetto Croce con le sue teorie sull’universo riconosciute postume. Un viaggio in biografie semisconosciute relegate nei polverosi archivi di una struttura da decenni finita nel degrado. Oggi il Leonardo Bianchi è solo lo scheletro della cittadella che fu fino agli anni Cinquanta, quando accolse migliaia di pazienti curati coi metodi del tempo e avviati ad un mestiere. Una “fortezza” arroccata sulla collina di Capodichino di cui oggi, per fortuna, non resta che il fantasma.

RECENSIONE- Freddi referti psichiatrici corredati dei tremendi dettagli clinici trasposti con grande lirismo in tredici racconti. Una missione encomiabile, quella di Anna Marchitelli: dare dignità alle vite di tredici diseredati, emarginati, oppressi che nel Leonardo Bianchi sono precipitati come in un buco nero riacquistando una vita normale solo in rare eccezioni.  Lo stile è ricco, il linguaggio ricercato, quasi a volere riscattare quelle vicende dal gelido formalismo dei resoconti degli psichiatri. Il risultato è un libro che rende giustizia a quanti sono entrati e magari mai usciti da quella fortezza di dolore e paura che fu il manicomio di Capodichino.

“Tredici canti (12+1)”

Anna Marchitelli

Piccola Biblioteca Neri Pozza

157 pagine

13,50 euro

I piccoli mondi di Abeditore: strane storie…e non solo

Piccoli libri che danno gioie. Ammetto che ero intrigata dalla casa editrice abeditore, la seguo su instagram e aspettavo l’occasione per acquistare qualche titolo. Mi sono quindi fiondata su uno dei libri della collana “Piccoli mondi moderni” incrociato in un espositore bene in vista nella Feltrinelli di Caserta ed ho scelto “L’uomo senza memoria e altre storie strane” di Ilaria Borgna, giornalista appassionata di paesi scandinavi. Una domenica mattina qualunque, con poche cose da fare e molto tempo da dedicare a sé stessi, può essere il momento migliore per lasciarsi tentare da queste mini-letture.

TRAMA- “L’uomo senza memoria e altre storie strane” è un libro composto da soli 7 racconti molto brevi (in tutto 106 pagine) dedicate a personaggi e vicende diverse accomunati da una caratteristica preponderante: la stranezza. C’è l’uomo che perde i ricordi (“L’uomo senza memoria”), che vive un’intera esistenza cercando di memorizzare quanto gli accade aiutato da una misteriosa pozione…fino al finale assurdo e tragicomico. E ancora la padrona della merceria (“La merciaia”), sposata ad un uomo rude e assente capace però di stupire noi e, ahimè, anche lei proprio all’ultima pagina. “Nessun odore, nessun colore naturale. Niente” è invece un mini-racconto distopico che immagina un mondo in cui ogni sensazione è artefatta e quelli che oggi sono comuni piaceri diventano prodotti fabbricati da umani schiavizzati…fino alla svolta finale. In “Delirio di onnipotenza” un borioso industriale detta legge e semina arroganza senza pensare che nella vita tutto quello che dai ti torna indietro, mentre “Uomini e mondo” è una brevissima favola ecologista. Una strana donna dai gusti quanto meno macabri è la protagonista di “La malasorte” mentre ne “La casa antica” torna il tema del karma e del destino che a volte riserva il trattamento che si è riservato al prossimo.

RECENSIONE- Una lettura rapidissima, scorrevole e piacevole: in poco più di un’ora ho finito i sette racconti e poi mi sono dedicata alle illustrazioni che li accompagnano. Questa collana infatti si distingue per la grafica realizzata da Creative 3.0 srl. Molto bella la copertina, che a me ricorda un po’ Chagall. Lo stile è senza fronzoli, le storie hanno pochi protagonisti tutti senza nome ed una trama concisa e senza risvolti ma solo un inizio, uno sviluppo ed un finale (talora inatteso). “L’uomo senza memoria ed altre storie strane” si legge con piacere.

“L’uomo senza memoria ed altre storie strane”

Ilaria Brogna

Abeditore

126 pagine

9,90 euro

Indagine sulla tolleranza e l’accoglienza del “Camilleri greco”

Considerato uno dei più grandi scrittori greci moderni, Petros Markaris era un grosso punto interrogativo nella mia lista di scrittori europei contemporanei (uno dei tanti). Confesso di averne sentito parlare poco e per lo più per la sua attività di sceneggiatore insieme al regista Theo Angelopoulos (col quale è stato premiato a Cannes per il film cult “Lo sguardo di Ulisse”). Eppure il suo personaggio più conosciuto, il commissario Charitos, in tutta Europa è un’icona un po’ come da noi Montalbano di Andrea Camilleri. Toccava colmare la lacuna, ed ho deciso di farlo con il libro “L’assassino di un immortale”, non un romanzo ma otto racconti in cui Charitos compare due volte, all’inizio ed alla fine e nei quali ad avere un ruolo primario sono le idee dello scrittore sulla convivenza, sull’immigrazione, sull’accettazione dell’altro.

TRAMA- “L’assassinio di un immortale” è il titolo del primo degli otto racconti che racchiudono non solo l’essenza della scrittura di Markaris ma anche il suo pensiero politico e morale. Qui compare il famoso commissario Charitos, che indaga sulla misteriosa morte di uno scrittore greco, ironico autoritratto dello stesso autore ed affresco spietato del mondo culturale ellenico. Poche pagine per la soluzione del caso,  così come negli altri brevi racconti gialli (sono tre, gli altri sono “In terre note” e  “Poems and crimes”) che sono più pretesti per descrivere realtà a noi un po’ distanti ma molto sentite dallo scrittore che veri noir. “In terre note” racconta le indagini del poliziotto turco Murat sulla morte in Germania di un amico del padre, spaccato realista della condizione degli immigrati turchi; in “Poems and Crimes” Charitos investiga di nuovo, stavolta su un doppio omicidio,quello di un regista e quello di un fioraio ed anche qui, come ne “L’assassinio di un immortale”,   tema portante è anche l’invidia. Bellissimo il racconto “Tre giorni” su un episodio storico da me completamente ignorato (l’assalto dei turchi contro i greci romei di Instabul orchestrato col pretesto della crisi di Cipro nel 1955), ma spunti di riflessione arrivano da “L’arco di Pompei” sull’impegno solidale di un sacerdote in un quartiere in cui i cittadini non vogliono gli immigrati e “Ulisse invecchia solo”, sul pensionato che dopo anni da migrante torna nella sua “Itaca” e si ritrova a scacciare i Proci. Divagano dallo scenario coerente creato da Markaris i racconti “Attentato in ritardo” che porta i lettori al 1944 nei giorni del fallito attentato ad Hitler e “Il cadavere ed il pozzo” che sembra più un gioco con cui Markaris si diverte a prenderci un po’ in giro.

RECENSIONE-  Mi sono ripromessa di leggere altro che sia stato scritto da Petros Markaris perché ritengo riduttivo, rispetto alla sua fama, fermarmi a questi racconti che racchiudono la minima parte del suo stile e delle sue tematiche. Servono comunque a farsi un’idea sulla grandezza di Markaris, che ha uno stile chiaro, senza fronzoli, eppure capace di rendere partecipe il lettore. “L’assassinio di un immortale” è un canto a più voci in cui emergono tante storie, personaggi, situazioni e luoghi diversi e soprattutto l’identità forte dello scrittore e il suo messaggio di pace ed accoglienza, oggi quanto mai attuale e da ascoltare.

 

“L’assassinio di un immortale”

Petros Markaris

La nave di Teseo collana Oceani

172 pagine

18 euro

 

La guerra ai fanatismi? Si combatte con L’Educazione

Un’avventura personale incredibile. Come definire altrimenti la vita di Tara Westover, l’autrice di “L’Educazione” (edito da Feltrinelli), libro che sta riscuotendo grande successo soprattutto perché nasce da una esperienza reale. Sì perché nonostante la trama possa apparire quella di un romanzo di appendice, con la protagonista semianalfabeta capace di diventare docente nella prestigiosa Cambridge, la vicenda è vera, ed è “semplicemente” la vita della stessa autrice.

TRAMA– Tara Westover è nata in Idaho nel 1986 in una famiglia di Mormoni anarco-survivalisti che vedono nello Stato il nemico numero uno,  credono nella fine del mondo e la attendono inscatolando pesche sciroppate e collezionando armi. Così come i suoi sei fratelli, non viene dichiarata all’Anagrafe, non frequenta la scuola pubblica e non ricorre al servizio sanitario perché a curare ed a guarire ci pensano le erbe della madre. Il padre, un paranoico fondamentalista e bipolare (ottime premesse per una famiglia disfunzionale) tiene i figli lontani dalla scuola, dalla medicina ufficiale, dalla socializzazione. L’autrice cresce lavorando nella discarica che è inizialmente unica fonte di sostentamento della famiglia, senza alcun tipo di istruzione neanche domestica e soggiogata dalle fobie paterne. Come riesce una ragazzina cresciuta in questo modo a diventare una stimata storica? La Westover lo racconta in tre parti nelle quali l’impronta degli studi della scrittrice, la storiografia, si nota tutta. Una ricostruzione puntuale di episodi ed aneddoti familiari, talvolta accompagnati da note a piè di pagina e dalle testimonianze dei fratelli. La prima parte è dedicata all’infanzia nell’isolata catapecchia di famiglia, la cronaca di una crescita selvatica e alimentata dalle paranoie del padre-padrone, dalla Bibbia, dai racconti dell’Apocalisse ed il lavoro alla discarica. La seconda parte è quella che fa da spartiacque tra il passato e quello che verrà: Tara cresce, acquista consapevolezza di sé, diventa donna e ne subisce le conseguenze nel mondo bigotto e chiuso dei Mormoni, infine comprende quale sia l’unica arma a sua disposizione per affrancarsi da quella condizione. La terza parte è quella del cambiamento attraverso l’iscrizione al college ed infine l’arrivo a Cambridge. Un’ evoluzione eccezionale da bambina senza alcun riferimento culturale a membro di una delle più prestigiose dimore culturali d’Europa, cui si assiste lentamente, pagina dopo pagina, fino all’ultima, trascinati da emozioni diverse. Nel mio caso l’emozione più forte l’ho provata nella parte in cui Tara, appena iscritta al college, legge la parola “Olocausto”e non sa cosa significhi. Un colpo al cuore del lettore, un episodio così assurdo (siamo negli anni 2000) eppure così vero, che non lascia indifferenti come il resto dell’autobiografia.

RECENSIONE– “L’educazione” è un libro importante. Un romanzo che lancia un messaggio fondamentale: l’unico mezzo per combattere ogni genere di fanatismo è l’istruzione. Affrancarsi dalla schiavitù dell’ignoranza, uscire dalla comfort zone delle proprie convinzioni, svincolarsi dalle credenze per diventare liberi. In primis, liberi di scegliere. Tara era una bambina dal destino segnato: avrebbe seguito le sorti della madre, della sorella o delle cognate, tutte sottomesse a maschi ostili e costrette a soffocare ogni anelito di indipendenza. La sua scelta di istruirsi, di iscriversi al college, di uscire di casa per studiare, le rende possibile cambiare quel destino e diventare una persona diversa in grado di guardare alla sua famiglia con obiettività e distacco. Le conseguenze sono dolorose (l’emarginazione, la condanna sociale del suo ex gruppo di appartenenza) ma il riscatto personale è ineguagliabile. Questo libro va letto e consigliato perché sebbene possa sembrare una classica storia da ‘sogno americano’ è invece una storia universale perché in ogni angolo di mondo l’istruzione resta l’arma più potente.

Il Canaro della Magliana, storia di una orribile vendetta

“Lì imparai che al mondo siamo soli, che nessuno ti guarda le spalle, che chi mena per primo mena due volte e tutti, se colpiti al volto, vanno al tappeto. Nessuno ha i muscoli in faccia”.

TRAMA– Provate ad immedesimarvi in Pietro. Famiglia sarda benestante che perde tutto dopo la morte del padre. Sale su un traghetto ed approda a Roma negli anni Sessanta, durante il boom edilizio che l’ha violentata e trasformata nel ricettacolo dell’umanità dolente. Pietro di quella miseria è parte integrante: solo e senza guida né lavoro cerca un posto al sole in un mondo disumano. Il suo mondo è la “Magliana”, quartiere popolare costruito su una palude e che di quel passato conserva il fetore e forse anche la maledizione di intrappolare nel suo fango chi ci abita. La Magliana è lo sfondo crudele della storia di Pietro, il ragazzo che diventerà tristemente famoso sui giornali come “Il Canaro” e il protagonista del libro di Luca Moretti edito da Redstar press che prende il titolo proprio da quel nomignolo affibbiato dai cronisti. Un romanzo – ricostruzione su uno dei fatti di cronaca più atroci del ventesimo secolo italiano. Pietro De Negri “il canaro” ne è l’attore principale: si barcamena come può nel quartiere popolare in cui ha provato ad integrarsi cercando una sua stabilità. Ma se il degrado ti circonda non è semplice trovare una via di fuga. Pietro rischia ad ogni angolo di perdersi con le cattive compagnie, i furti, la droga, ma conquista comunque il suo punto fermo: Valentina, la donna della vita che gli darà una figlia e per la quale proverà a rigare dritto. Mette su un negozio di tolettatore di cani e le cose sembrano andare bene, ma se sei marchiato dalla povertà il destino a volte ti insegue. Il destino nel suo caso ha il volto di Giancarlo Ricci, detto “er pugile”, bullo di periferia pericoloso e senza scrupoli. Pietro diventa la sua vittima sacrificale, il ‘mite’ da sopraffare, da torturare con dispetti e richieste. Il loro rapporto si trasforma in un legame sadico tra preda e cacciatore, con episodi di sconcertante crudeltà. Nel contesto della Magliana, “er pugile” agisce come un caporione rispettato e temuto, che esibisce i suoi soldi, frutto di furti e spaccio, e la sua prepotenza sui più deboli. La sua ingerenza nella vita di Pietro diventa costante, insopportabile, così da spingerlo nuovamente tra le braccia degli spacciatori e della criminalità, nonostante una famiglia ed un lavoro gli avessero dato una nuova vita finalmente normale. Provate ad immedesimarvi in Pietro, allora. Mettete da parte le convenzioni sociali, pensate ed agite come lui e nel suo stesso quartiere di poveri senza futuro. Come avreste reagito alla protervia di Giancarlo Ricci? Pietro De Negri decide di vendicarsi. E lo fa in maniera così feroce, plateale, violenta, da essere diventato uno degli assassini più noti, quasi iconici, della storia italiana. Attira il suo aguzzino in una trappola e lo uccide. I dettagli lasciano senza fiato: completamente annebbiato dalla cocaina infierisce sul corpo i Ricci con crudeltà, lasciando sul suo corpo segni feroci: sezionandolo, umiliandolo fino a bruciarlo e abbandonarlo in una discarica. Una fine degna di un film splatter che è stata descritta sin nei minimi particolari dalla stampa che si avventò sul caso come api sul miele. Ne emerse un quadro degli orrori che urlò dalle prime pagine di molti quotidiani, incuranti in verità della differenza tra la verità raccontata dal Canaro e quella emersa dagli atti processuali. Per questa vicenda Pietro De Negri fu presto arrestato e condannato, anche per le molte ingenuità commesse. Ha espiato la sua colpa ed oggi è un uomo libero e che si è rifatto una vita. Ma quella storia continua a far parlare soprattutto perché sembra una trama pasoliniana in cui non manca niente: miseria, voglia di riscatto, violenza, orrore.

RECENSIONE- Negli ultimi mesi la storia del “canaro” è tornata alla ribalta anche grazie a due film usciti nel giro di poche settimane di distanza, uno dei quali (“Dogman” di Matteo Garrone”) premiato a Cannes. L’altro è “Rabbia furiosa” di Sergio Stivaletti. Dimostrazione dell’attrazione che questa vicenda ancora esercita, come conferma anche l’uscita, negli stessi mesi, di questo libro di Moretti. Rispetto alle opere di fiction o di ricostruzione che sono state prodotte sul caso di Pietro De Negri, però, questo si distingue perché parte proprio dal romanzo scritto e mai finito dallo stesso canaro in carcere. Un memoir vero e proprio che il giornalista de Il fatto quotidiano ha corretto, completato e concluso. Leggendo “Il canaro” quindi leggiamo le memorie di Pietro, ripercorriamo la sua vicenda e conosciamo aspetti della sua vita mnai emersi, come l’infanzia in Sardegna o l’amore per l’unica figlia. Il racconto dell’assassinio di Giancarlo Ricci arriva dalla voce e dai ricordi di Pietro, che parla/scrive in prima persona dando la sua versione dei fatti. Ne viene fuori il ritratto di un debole fagocitato dalla periferia e dalla miseria, che trovò la via del riscatto ma si perse di nuovo nella dipendenza e nella sua stessa debolezza. Il libro procede così: un lungo flusso di coscienza, una ricostruzione precisa dei fatti, ma anche una versione di parte e quindi parziale. Esiste solo “Il canaro”, la sua vita, la sua versione. Tutto il resto è scenario e comparsa sebbene alcuni personaggi come la moglie Valentina o la madre di Ricci (che lui chiama Madre Tortura) sconfinano dal suo racconto personale facendoci aprire la visuale anche verso chi ha vissuto la tragedia da altre angolazioni. “Il canaro” si legge in poche ore ed ha il merito di dare dettagli poco noti di una vicenda cannibalizzata dai giornali eppure per molti aspetti sconosciuta.

 

 

Il Superstite, l’insostenibile peso della tragedia

Una strage sanguinosa. Padre, madre e due figli uccisi senza pietà a colpi di pistola nel cuore della notte, nella loro casa. Non si tratta di “A sangue freddo” di Truman Capote, anche se le vicende si assomigliano. Ma nel caso del romanzo di Capote, primo libro di inchiesta giornalistica e pietra miliare della letteratura americana, la trama era vera e sconvolse l’America. Nel caso de “Il superstite”di Massimiliano Governi è l’espediente narrativo da cui inizia la storia raccontata in 132 (intensissime) pagine.

LA TRAMA– E’ il mese di agosto di un anno imprecisato quando Il Superstite, come ogni mattina, va dai genitori che abitano poco lontano da casa sua. Sono allevatori di polli, una famiglia semplice e medio borghese del produttivo Nord Italia. L’uomo è con la figlia, una bambina di pochi anni, quando si accorge che la villa ha ancora le imposte chiuse. Non è tipico della madre, è un dettaglio che lo insospettisce. Lascia la bimba fuori al cancello ed entra, impreparato alla terribile scoperta: i corpi di padre, madre, sorella e fratello- ciascuno in una stanza diversa- giacciono esanimi in un lago rosso di acqua e sangue. Una visione che cambierà per sempre la sua vita e quella di chi gli è accanto. Alla soluzione del caso si arriva in poche pagine, i due assassini sono nomadi slavi e si nascondono in Serbia. Vengono rintracciati due mesi dopo: uno si uccide, l’altro viene catturato e va sotto processo. Rischia la pena capitale, sarà processato dalle autorità serbe. Ma per Il Superstite non c’è ancora pace, né giustizia. La strage dei suoi familiari lo ha fatto piombare in una cupa angoscia, una malinconia che sfiora il male di vivere, che contagia ogni cosa. Decide di trasferirsi nella villetta degli orrori, come per rivivere l’eccidio dei suoi. Moglie e figlia lo seguono, ma per poco. La donna decide di trasferirsi negli Stati Uniti con la bambina per allontanarsi da quell’insana routine nella casa della strage, aspettando per anni che il marito la segua. Ma Il Superstite sembra avere una missione: non il processo, né la condanna o l’esecuzione dell’assassino della sua famiglia. Qualcosa di incomprensibile ai più. In questa sua lunga odissea ha un solo compagno, un giornalista (l’unico che ha scritto il vero ed ha saputo leggerne il cuore), con il quale vive un intreccio di destini e che lo accompagna nei due viaggi verso la Serbia. Uno per la giustizia, l’altro per la verità.

RECENSIONE– Un consiglio: leggete questo libro ascoltando “Il fantasma di Tom Joad” di Bruce Springsteen. Tutto l’album. E’ stata la colonna sonora dell’autore, scrive lui stesso nei ringraziamenti. Ed effettivamente quelle sonorità incontrano perfettamente il testo. Un testo intenso, un racconto misurato di una storia dilaniante, dai risvolti angosciosi. Lo stile di Governi è sobrio, non indugia in dettagli né in lirismi: una scelta che contribuisce a rendere questo romanzo una esperienza con i propri sentimenti. Come avremmo reagito noi ad un fatto così crudele? Ci saremmo lasciati sopraffare dalla sete di giustizia, dalla voglia di vendetta? Avremmo voltato pagina e ripreso a vivere? Domande che mi sono posta durante la lettura, pensando anche a protagonisti della cronaca reale che hanno subito repentini e tragici cambi di sorte dopo un dramma simile. Il Superstite non impazzisce, eppure sembra perdere il contatto con la vita reale. Oppure è il più sano di tutti perché ha subito un lutto troppo grave per una vita semplice e lineare come la sua, e non ha fatto finta di continuare ad essere lo stesso.

Pizza,pasta e cazettino: il diario di Ivana, terrona fuori sede

I simboli di Napoli? Pizza, pasta e cazettino. E se non capite cos’è il cazettino, vuol dire che non vi siete mai imbattuti- forse perché vivete sopra il Rubicone- nel prototipo di estenuante venditore di pedalini partenopeo che cerca di piazzarti la merce a colpi di vero e proprio stalking. Ivana, la protagonista di questo piccolo libro edito da Streetlib, questi ambulanti li conosce (e li evita) e si sorprende ad incontrarli persino nei suoi luoghi di adozione quasi fossero emissari del più trito stereotipo della napoletanità (“Signurì, tengo famiglia”) contro cui, terrona emigrante per lavoro, combatte ogni giorno. Perché Ivana, che è poi la stessa autrice di “Pizza, pasta e cazettino”, difende con veemenza le proprie origini (è nata a Cimitile, provincia di Napoli) dai pregiudizi di colleghi e conoscenti. Una battaglia che non la vede sempre vittoriosa, a giudicare dalla dedica finale, ma nella quale si dimostra molto combattiva. Lei ha lasciato la sua terra poco dopo la laurea per trovare la propria realizzazione professionale e personale. La sorte l’ha condotta non all’altro capo del mondo ma nel Lazio, a poche centinaia di chilometri da casa eppure separata da un abisso dalle sue radici, dalla sua famiglia. Una distanza che, a momenti, le fa mancare il respiro ma a cui poi, poco a poco, si abitua (o rassegna?). “Pizza, pasta e cazettino” è il racconto della sua vita da emigrante, un compendio di aneddoti divertenti (il ‘cocktail’ della nonna, la guerra con l’ansia, i raduni di amanti delle quattroruote che si trasformano in luoghi di “acchiappanza”, i dissidi coi vicini di casa rumorosi e ottusi, i tentativi di tornare a casa il venerdì pomeriggio che si trasformano in trasferte interminabili e piene di imprevisti, la scelta della perfetta incerata da lavatrice) e qualche perla di saggezza (bello l’episodio dell’automobilista samaritano). Il  diario di una emigrante in cui chi conosce la cultura napoletana e chi è stato costretto dal caso o dalla necessità ad andarsene o più semplicemente a sostenere una vita da pendolare sui treni regionali, potrà riconoscersi. Perché non è facile lasciare la propria terra, partire da zero, crearsi nuove radici, quando il cuore ti tiene legato al tuo paese ed alla tua famiglia. “Pizza, pasta e cazettino” è anche questo, un manuale leggero- ma non per questo frivolo- di sopravvivenza alla vita da “terrone fuori sede”. Un libro che si legge in poche ore, una scrittura scorrevole e piacevole da cui si evince un po’ anche il carattere della scrittrice/protagonista Ivana: spiritosa, agguerrita e napoletanissima. E qualche parola merita l’autrice Ivana Greco che ci ha inviato il suo primo libro accompagnandolo ad un delizioso biglietto (scritto a mano) sul significato che leggere, oltre che scrivere, hanno per lei. Un pensiero che abbiamo apprezzato molto e dimostra che la sensibilità che traspare da molte pagine di questo racconto di vita è più che reale.